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La prima volta che ne vedi uno da vicino ti accorgi che qualcosa non torna. L’albero del drago non ha corteccia come i nostri alberi, non ha rami che si assottigliano verso la punta, non ha foglie che cadono in autunno. Ha un tronco liscio e grigio che sembra fatto di cavi d’acciaio attorcigliati, una biforcazione che si ripete all’infinito verso l’alto e, in cima, decine di ciuffi di foglie rigide e appuntite disposti a raggiera, che nell’insieme formano una chioma piatta come un ombrellone. Sembra un albero disegnato da qualcuno che gli alberi li aveva solo sentiti descrivere. E in un certo senso è esattamente così, perché il Dracaena draco non è un albero: è una pianta erbacea legnosa, imparentata molto più da vicino con l’asparago e con l’agave che con un leccio.
In questa pagina ti racconto che pianta è l’albero del drago, da dove viene il famoso sangue di drago e perché per duemila anni è stato una merce preziosa, quanti anni ha davvero il Drago Milenario di Icod de los Vinos — che è una storia più interessante della leggenda —, che rapporto avevano i guanci con questa pianta, che fine ha fatto il gigante di La Orotava che aveva impressionato Humboldt, e dove vederne altri esemplari notevoli girando per Tenerife e per le altre isole.
Che pianta è l’albero del drago
Il drago è una monocotiledone, cioè appartiene allo stesso grande gruppo di palme, gigli, orchidee e graminacee, e per la precisione oggi viene collocato nella famiglia delle Asparagaceae. Questo significa che non ha un vero legno e non produce anelli di accrescimento annuali: il suo fusto si ingrossa grazie a una crescita secondaria anomala, un meccanismo particolare che gli permette di allargarsi in orizzontale anno dopo anno senza formare cerchi concentrici. È il motivo per cui datare un drago è così complicato, e ci torno tra poco.
Anche la crescita segue una logica tutta sua. Da giovane il drago è un fusto unico, senza ramificazioni, che può restare così per decenni: un palo verde con un ciuffo di foglie in cima, e chi lo vede per la prima volta stenta a credere che diventerà il colosso di Icod. Poi, alla prima fioritura, il fusto si divide in due o più rami, e da quel momento ogni fioritura produce una nuova biforcazione. Il risultato è la struttura a candelabro che vedi negli esemplari adulti, ed è anche l’unico orologio approssimativo di cui disponiamo: contando le generazioni di rami si può stimare quante fioriture ha attraversato la pianta.
I fiori sono piccoli, bianco-verdastri, riuniti in grandi infiorescenze profumate che compaiono in estate; i frutti sono bacche tondeggianti che maturano dall’arancio al rosso corallo. Chi le mangi oggi, e quindi chi disperda i semi, è una domanda aperta: c’è chi ipotizza che il disseminatore originario fosse una delle lucertole giganti dell’arcipelago, estinta dopo l’arrivo dell’uomo, e che il drago sia in un certo senso una pianta rimasta senza il suo animale. Oggi ci pensano soprattutto merli e colombacci.
Il sangue di drago
Se incidi la corteccia di un drago, la pianta reagisce emettendo una resina che a contatto con l’aria si ossida e vira a un rosso scuro, denso, inequivocabilmente ematico. È il famoso sangue di drago, e per capire la reputazione di questa pianta bisogna partire da lì: in un mondo in cui le piante producevano linfa trasparente o lattice bianco, una che sanguinava rosso era per forza una faccenda soprannaturale.
La resina è stata usata come colorante e come mordente, come vernice per legni e strumenti musicali, come astringente in medicina e come pigmento in pittura. Nel Medioevo la cercavano tanto gli speziali quanto gli alchimisti, che la classificavano tra i “cinabri vegetali” e le attribuivano proprietà terapeutiche di ogni genere, dagli antidoti ai veleni alla cura delle ferite. Fra Quattro e Cinquecento fu una delle prime merci che europei e mercanti genovesi estrassero sistematicamente dalle Canarie, insieme all’orchilla, il lichene da cui si ricavava un pregiato colorante viola.
Qui però va fatta una precisazione che in genere si salta. Il sangue di drago compare nel Periplo del Mare Eritreo, testo greco del I secolo, nel De materia medica di Dioscoride e nella Naturalis historia di Plinio il Vecchio, che racconta la nascita fiabesca della sostanza dallo scontro fra un drago e un elefante. Ma quelle fonti antiche parlavano quasi certamente di altre piante: la Dracaena cinnabari dell’isola di Socotra e le palme rampicanti asiatiche del genere Daemonorops, entrambe produttrici della stessa resina rossa. Il drago canario l’Europa lo incontra solo nel Trecento inoltrato, quando le navi genovesi e maiorchine cominciano a toccare l’arcipelago. La leggenda del drago e dell’elefante è bellissima e la si racconta volentieri a Icod, ma non nasce qui.
Il drago dei guanci e il simbolo di Tenerife
Per i guanci, gli abitanti dell’isola prima della conquista castigliana, il drago era una pianta sacra al pari del Teide. Sotto gli esemplari più grandi si tenevano assemblee e riti, la resina entrava nella preparazione dei corpi dei defunti — la mummificazione praticata dagli aborigeni tinerfeñi — e serviva anche a conciare le pelli. Una leggenda locale, che si sente ripetere ancora oggi, vuole che i draghi, morendo, si trasformassero in dragos: da qui il nome della pianta e la sua reputazione di fossile vivente.
Il simbolismo è sopravvissuto intatto alla conquista. Il drago compare nello stemma e nella bandiera del comune di Icod de los Vinos, è riconosciuto come simbolo vegetale dell’isola di Tenerife accanto al fringuello azzurro del Teide, ed è finito perfino sulle vecchie banconote da mille pesetas. Se hai visto Tenerife su un francobollo o su un logo istituzionale, con ogni probabilità hai già visto un drago.
Il Drago Milenario di Icod de los Vinos
L’esemplare di Albero del Drago più grande e più vecchio conosciuto della specie sta nel nord-ovest di Tenerife, a Icod de los Vinos, in una conca verde ai piedi del centro storico. Le misure oscillano leggermente da una fonte all’altra — succede spesso con le piante che cambiano forma nei decenni — ma siamo attorno ai venti-ventidue metri di altezza, con un perimetro alla base che si aggira sui venti metri e oltre trecento rami principali. Fu dichiarato Monumento Nazionale nel 1917, ed è probabilmente il vegetale più fotografato dell’arcipelago.
Ha anche una salute più fragile di quanto sembri. Il tronco è cavo per diversi metri d’altezza, e nel 1985 si è reso necessario un intervento profondo di risanamento con l’installazione di un sistema di ventilazione interna, per impedire che l’umidità ristagnasse e i funghi facessero il resto; nel 1993 il comune ha addirittura deviato la strada che gli passava accanto. Il parco che lo circonda oggi non è un vezzo scenografico: serve a tenere lontani inquinamento, calpestio e mani troppo curiose da una pianta che, per quanto imponente, non è affatto indistruttibile.
Quanti anni ha davvero
Mille, dice il nome. Ottocento, dicono molte guide. Settecento, dicono le stime più citate dagli enti che se ne occupano. Quattrocento, dicono gli studi più prudenti. Il punto è che non lo sa nessuno con precisione, e non per pigrizia: senza anelli di accrescimento la dendrocronologia classica non si applica, quindi le età si stimano contando le biforcazioni e ipotizzando un intervallo medio fra una fioritura e l’altra — un metodo che accumula errore a ogni passaggio.
Personalmente trovo che la cifra tonda tolga più di quanto aggiunga. Un essere vivente che sta in piedi da quattro o cinque secoli ha visto arrivare i castigliani, ha visto Icod diventare una città del vino, ha visto nascere e sparire il gigante di La Orotava, ed è sopravvissuto a tempeste che hanno abbattuto esemplari più grandi di lui. Non ha bisogno del millennio per essere impressionante, e il fatto che la sua età sia impossibile da fissare è, se ci pensi, il dettaglio più affascinante di tutta la storia.
Il gigante perduto di La Orotava
Fino al 1867 il drago più famoso delle Canarie non era quello di Icod. Nei giardini della famiglia Franchy, a La Orotava, si ergeva un esemplare enorme, dato da alcune fonti a venticinque metri di altezza e oltre venti di perimetro, talmente celebre che Alexander von Humboldt volle vederlo durante la sua sosta a Tenerife nel 1799 e ne parlò poi nei suoi scritti, contribuendo a farne un’icona della botanica europea. Un vendaval lo abbatté nel 1867 e di lui resta pochissimo: qualche disegno, una fotografia. Da allora il primato è passato al drago di Icod, che quindi è il più grande del mondo anche un po’ per eliminazione.
Il Parque del Drago: come funziona la visita
Il Drago Milenario sta dentro il Parque del Drago, un recinto botanico di circa tre ettari sistemato a cavallo del 2000, con un percorso ad anello tra specie endemiche delle Canarie, un vivaio di giovani dragos nati dai semi del capostipite, una cueva funeraria guanche e un belvedere che inquadra la pianta dal basso, che è l’angolazione migliore per capirne la mole. L’ingresso è a pagamento e il giro completo porta via una quarantina di minuti, meno se hai fretta.
Se il biglietto non ti va, sappi che il drago si vede benissimo anche gratis: basta affacciarsi dal parapetto della Plaza Andrés de Lorenzo Cáceres, la piazza principale del paese, che è esattamente il balcone naturale sopra la conca. Accanto al parco c’è anche il Mariposario del Drago, una serra di farfalle tropicali che funziona bene con i bambini, e nel negozio del parco vendono bustine di semi: coltivare un drago in vaso è possibile, richiede sole, poca acqua e una pazienza notevole, perché i primi anni la pianta cresce come un ananas svogliato.
Dove vedere altri dragos a Tenerife e nelle Canarie
Il Milenario è il più famoso ma è tutt’altro che l’unico. A Tenerife ne trovi di notevoli nel Jardín Botánico di Puerto de la Cruz e nei parchi urbani di Santa Cruz, mentre gli esemplari selvatici resistono aggrappati ai versanti scoscesi di Anaga e di Teno e nelle gole del versante di Adeje, che sono anche i posti dove la specie sopravvive meglio, lontano da capre e cemento. A La Palma si trova la maggiore concentrazione dell’arcipelago, in particolare nel comune di Garafía, e a Breña Alta ci sono i celebri dragos gemelli. Vale la pena saperlo perché il drago selvatico, quello cresciuto su una rupe senza nessuno a innaffiarlo, è una pianta considerata minacciata: gli esemplari da giardino sono migliaia, quelli spontanei molti meno.
I parenti del drago canario
Per anni il Dracaena draco è stato descritto come endemismo della Macaronesia, la regione atlantica che comprende Canarie, Madeira, Azzorre e Capo Verde. Poi, negli anni Novanta, sono state individuate popolazioni selvatiche anche in Marocco, sui versanti dell’Anti-Atlante, il che ha spostato la storia biogeografica della specie e rafforzato l’idea che sia il relitto di una flora subtropicale che copriva il Mediterraneo milioni di anni fa.
I cugini più stretti valgono una nota. Nel sud di Gran Canaria, alla fine degli anni Novanta, è stata descritta una specie distinta, la Dracaena tamaranae, più tozza e con foglie diverse, che vive sui costoni del Risco del Drago. A Socotra, tra Corno d’Africa e Yemen, la Dracaena cinnabari forma quelle chiome a ombrello che hai visto in mille fotografie e ha fornito per millenni il sangue di drago del commercio antico. E nel Corno d’Africa resiste la Dracaena ombet, la più rara e la più minacciata del gruppo.
Dove dormire a Icod de Los Vinos
Il Drago Milenario si visita in un’ora e nessuno organizza il viaggio in funzione sua, ma se vuoi dormire a Icod de los Vinos hai qualche albergo di poche stanze nel centro storico, case canarie ristrutturate e appartamenti, più le casas rurales sparse nelle medianías tra vigneti e platanere, che sono la scelta migliore se hai l’auto e cerchi silenzio. Sulla costa, tre chilometri più in basso, si dorme a San Marcos, praticamente sulla spiaggia. La maggior parte dei visitatori però usa come base Puerto de la Cruz, a una ventina di chilometri, o Garachico, che è più piccola e più bella della sua fama.
Come arrivare a Icod de Los Vinos
Il parco si trova in pieno centro a Icod de los Vinos, sulla costa nord-occidentale di Tenerife. In auto si prende la TF-5: da Puerto de la Cruz sono una ventina di chilometri e venticinque minuti, da Santa Cruz de Tenerife una cinquantina di chilometri e circa un’ora, dall’aeroporto Tenerife Norte poco più di mezz’ora. Dal sud dell’isola puoi scegliere fra la TF-1 fino al capoluogo e poi la TF-5, tutta autostrada, oppure la TF-82 lungo il versante occidentale passando per Guía de Isora e Santiago del Teide, più tortuosa ma molto più bella.
Non provare a entrare in auto nel centro storico: è pedonale e in pendenza, e ci sono aree di sosta appena fuori dal nucleo antico da cui si scende a piedi in pochi minuti. Senza auto ci arrivi con le guaguas TITSA, che collegano Icod con Puerto de la Cruz, La Orotava, Garachico e Santa Cruz; la stazione degli autobus è in paese, a breve distanza dal parco.
Quando andare a Icod de Los Vinos
Il drago si visita tutto l’anno e non ha stagioni turistiche vere. Il clima della costa nord è mite in ogni mese, con temperature che oscillano più o meno fra i diciotto e i ventisette gradi e le piogge concentrate fra novembre e febbraio. Le ore migliori sono la prima mattina e il tardo pomeriggio, perché è quando i pullman delle escursioni organizzate non ci sono e la luce radente rende molto meglio il grigio del tronco.
Se ti interessa vederlo in fiore devi essere fortunato e passare in estate, tra luglio e agosto, quando le infiorescenze bianco-verdastre coprono la chioma: non succede tutti gli anni e non su tutti i rami contemporaneamente. Se invece vuoi combinare la visita con la festa più identitaria del paese, punta al 29 novembre, quando si tengono le Tablas de San Andrés e le cantine di Icod aprono per il vino nuovo.
Dove si trova il Parque del Drago
Il Parque del Drago si trova a Icod de los Vinos, nella provincia di Santa Cruz de Tenerife, sulla costa nord-occidentale dell’isola, a circa duecentotrenta metri sul livello del mare e a poche decine di metri dalla parrocchia di San Marcos e dalla Plaza Andrés de Lorenzo Cáceres. Il paese dista una ventina di chilometri da Puerto de la Cruz, una cinquantina da Santa Cruz de Tenerife e circa tre chilometri dalla sua frazione costiera di San Marcos, e sale dal mare fino ai pini della corona forestale che confina con il Parco Nazionale del Teide.
