![]()
Due giorni cambiano la geometria della cosa: quello che il giorno singolo ti costringe a inghiottire di corsa, qui puoi masticarlo. Ho rifatto l’isola con una notte in mezzo e la differenza si è sentita subito. Cosa vedere in due giorni a Tenerife vuol dire dedicare il primo giorno interamente alle due città che si guardano dall’alto in basso — Santa Cruz al livello del mare, con il Mercado de Nuestra Señora de África, Plaza de España e l’Auditorio de Tenerife Adán Martín, e poi San Cristóbal de La Laguna cinquecento metri più su, dove ho anche dormito — e il secondo alla verticale vera: sveglia scomoda, salita alla caldera di Las Cañadas e ai Roques de García dentro il Parco Nazionale del Teide, discesa a La Orotava per la Casa de los Balcones e il pranzo tardo, e infine il mare di Puerto de la Cruz, con Plaza del Charco, il porticciolo e la cena nei vicoli di La Ranilla. Stesse tappe che affronterebbe chi ha ventiquattro ore, ma con il tempo di sedersi. Ecco come le ho legate insieme.
I migliori hotel di Tenerife

Boutique Hotel H10 ****

Spring Hotel Vulcano ****

Agua Marina ****
Giorno 1: Santa Cruz al livello del mare e La Laguna sull’altopiano
Il Mercado de Nuestra Señora de África

Santa Cruz comincia bene se cominci da qui, e non solo per le ragioni gastronomiche. Il mercato de La Recova sta al margine del Barranco de Santos, il vallone che taglia la città e che per secoli l’ha divisa in due, e ci arrivi passando un ponte: un ingresso teatrale per un edificio che è già teatro di suo. Lo tirarono su a metà del Novecento in uno stile che gli architetti locali chiamavano neocanario, cioè un’idea di canarietà fatta di intonaco bianco, archi e un campanile che non ha mai suonato per nessuna messa. L’effetto, quando ci entri, è di aver sbagliato porta e di essere finito in un convento dove per qualche motivo si vendono i cetrioli.
Dentro ci sono due cortili in fila e un’acustica che amplifica le contrattazioni. Il banco delle erbe è quello che mi ha trattenuto più a lungo: mazzi di poleo, di tomillo, radici e cortecce vendute da signore che ti spiegano volentieri a che serve ciascuna, con la sicurezza di chi ha alle spalle qualche secolo di farmacia domestica. Poi i fiori, in quantità che sembrano sproporzionate rispetto a qualunque bisogno umano ragionevole, e la pescheria di sotto, dove il ghiaccio scivola per terra e tocca stare attento a dove metti i piedi. Se capiti di domenica, intorno al mercato si allarga il rastro, il mercatino delle pulci, e allora il quartiere diventa impraticabile e molto più divertente. Fai colazione lì, in piedi, e non pentirtene.
Plaza de España, il Castillo sepolto e l’Auditorio

Da lì scendi verso il porto e sbuchi su Plaza de España, che è la piazza più grande delle Canarie e non ha nemmeno un albero: solo una distesa di pietra chiara, il lago artificiale poco profondo disegnato dagli svizzeri Herzog & de Meuron e, sopra, un cielo pieno di gabbiani e di alisei. Al centro sta il Monumento a los Caídos, una croce massiccia in pietra arenaria che si può salire e che divide le opinioni di chiunque abiti qui, per ragioni che non hanno niente a che fare con l’architettura.
La parte che merita davvero, però, sta sotto i tuoi piedi. Quando negli anni Duemila hanno rifatto la piazza sono riemerse le fondamenta del Castillo de San Cristóbal, il forte cinquecentesco che proteggeva la rada e che fu demolito quando alla città servì spazio: oggi ne resti visitabili un tratto di muraglia in una sala interrata, insieme al cannone soprannominato El Tigre, quello a cui la tradizione locale attribuisce il colpo che nel 1797 costò un braccio all’ammiraglio Nelson durante il suo attacco fallito al porto.
È il singolo pezzo di storia più raccontato dell’isola, e sta in una cantina sotto una piazza.
Risalito in superficie, prosegui lungo il lungomare verso sud: in un quarto d’ora arrivi all’Auditorio de Tenerife Adán Martín di Santiago Calatrava, con la sua cresta di cemento bianco sospesa nel vuoto, e appena oltre al Parque Marítimo César Manrique, le piscine di acqua salata scavate nella lava. Se cerchi una sola immagine che riassuma cosa vedere a Tenerife, la trovi qui, in questi cinquecento metri di banchina: il vulcano, il mare e l’ingegneria che prova a tenere il passo di entrambi.
Tour ed escursioni a Santa Cruz
San Cristóbal de La Laguna, e la sera tra gli studenti

Il pomeriggio si sposta in quota. La Laguna sta a cinquecento metri sopra Santa Cruz e a dodici minuti di autostrada, e appena parcheggi ti serve una manica lunga: qui il mare di nuvole si appoggia sull’altopiano con una regolarità che i lagueneros hanno smesso di commentare da un pezzo.
La città fu fondata da Alonso Fernández de Lugo dopo la conquista, sul finire del Quattrocento, e fu progettata senza mura e senza difese, su una griglia ortogonale che allora era un’idea nuova: quel tracciato è stato poi replicato nelle città coloniali d’America, ed è il motivo per cui il casco storico è patrimonio UNESCO.
Percorrila partendo da Plaza del Adelantado, con il municipio e il convento di Santa Catalina da cui le monache di clausura guardavano fuori attraverso una celosía di legno senza essere viste. Sali per Calle Obispo Rey Redondo, entra nell’ex convento di San Agustín, di cui restano il chiostro e le mura scoperchiate da un incendio, e nella Casa Lercaro, palazzo di mercanti genovesi diventato museo di storia e antropologia. Le facciate qui non sono ocra per caso: verde, rosso ossido, indaco, ogni portone incorniciato in pietra vulcanica scura, e dietro quasi sempre un patio con il pozzo e i balconi in legno di tea.
La sera, La Laguna smette di essere un elenco di monumenti. L’università è la più antica dell’arcipelago e gli studenti riempiono Calle Herradores fino a tardi; si mangia in piedi, saltando da un bancone all’altro, e conviene provare le carajacas, fegato marinato con aglio e pimentón, che è cibo da bar e non da guida turistica. Dormo qui: domani si comincia presto.
Tour ed escursioni a La Laguna
Giorno 2: la caldera, la valle e il mare del nord
Las Cañadas del Teide e i Roques de García

Il vantaggio di avere due giorni è tutto in questa mattina. Parti prima delle otto, prendi la TF-5 verso ovest e poi la TF-21 che sale da La Orotava, e in un’ora abbondante attraversi tre mondi: le terrazze coltivate, la corona forestal di pino canario con i tronchi anneriti dagli incendi passati e già rivestiti di aghi nuovi, infine il nulla minerale sopra i duemila metri. A quell’ora la caldera è ancora vuota e la luce entra bassa e obliqua.
Las Cañadas è un catino di sedici chilometri di diametro, resto del crollo di un edificio vulcanico molto più antico, e al centro ci sta il Teide con i suoi 3.715 metri, la cima più alta di Spagna e, se la misuri dal fondale oceanico su cui poggia, uno dei vulcani più imponenti del pianeta. I Guanci, gli abitanti dell’isola prima degli spagnoli, ci mettevano dentro Guayota, il demone che aveva rapito il dio del sole e che venne rinchiuso lì sotto: guardando il cono da vicino, con le fumarole che ancora scaldano la roccia in vetta, si capisce come si arrivi a una storia del genere. La flora è tutta a suo modo eroica: la retama bianca che d’estate profuma tutta la piana, il tajinaste rojo che a maggio spara verso l’alto le sue torri rosse, la violetta del Teide che cresce più in alto di qualunque altra pianta spagnola.
La camminata da fare è l’anello dei Roques de García, un paio d’ore in tutto, che gira intorno ai torrioni erosi affacciati sul Llano de Ucanca. Passi sotto il Roque Cinchado, quello che tutti chiamano l’albero di pietra perché si regge su un piede solo, costeggi la parete della Catedral e ti affacci sulle colate verdazzurre di Los Azulejos, colorate dall’ossidazione delle rocce. Se vuoi salire con la funivia fino a La Rambleta va prenotato, e per gli ultimi metri fino al cratere serve un permesso richiesto in anticipo al Cabildo: con due giorni, il permesso è un lusso che comincia a essere ipotizzabile.
Tour ed escursioni al monte Teide
La Orotava e la Casa de los Balcones

Si ridiscende con le orecchie che si tappano e si arriva a La Orotava a metà pomeriggio, con quella fame arretrata che viene dopo una camminata in quota. Il paese è aggrappato al fianco della valle su strade con pendenze da vertigine, e ha una densità di case nobiliari sproporzionata rispetto alla sua dimensione: era la zona della canna da zucchero prima e del vino dopo, e i soldi si vedono ancora nelle cornici delle finestre.
La Casa de los Balcones sta in Calle San Francisco, costruita nel pieno Seicento intorno a un patio con doppio ordine di ballatoi in pino canario, così fitti di intagli che dal basso sembrano una gabbia. Al piano terra si continua a lavorare il calado, il ricamo a giorno su lino che qui è mestiere femminile da generazioni, e vale la pena guardare le mani più degli oggetti.
Poco più su, la stessa strada ti porta ai molinos de agua, i mulini che macinavano gofio sfruttando la pendenza e un canale d’acqua, alcuni ancora in funzione dietro una porta che sembra chiusa. Sull’altro versante del centro, i Jardines del Marquesado de la Quinta Roja formano un giardino ottocentesco a terrazze disegnato da un architetto francese intorno a un mausoleo mai usato, ed è il posto più silenzioso del paese. Mangia qui, tardi: conejo en salmorejo o carne fiesta, con un vino della DO Valle de La Orotava, che nasce su viti allevate a cordón trenzado, intrecciate a terra come funi.
Tour ed escursioni a La Laguna
Puerto de la Cruz: Plaza del Charco e il porticciolo

Un quarto d’ora di discesa e sei sul mare, con dieci gradi in più addosso rispetto alla caldera del mattino. Puerto de la Cruz fu il porto commerciale della valle e poi, dall’Ottocento, il primo luogo di villeggiatura dell’isola: inglesi in convalescenza, botanici, e una vocazione turistica che ha un secolo e mezzo di vantaggio sul sud.
Plaza del Charco si chiama così perché era davvero una pozza: uno specchio d’acqua di marea in cui si pescavano i gamberetti, interrato quando alla città servì una piazza. Oggi ci sono i grandi lauri d’India, i chioschi e una circolazione continua di gente che si ferma a parlare in mezzo al passaggio.
A ovest della piazza si scende al porticciolo, con le barche in secca sullo scivolo e la Casa de la Real Aduana, il più antico edificio civile del paese; sopra, il piccolo bastione della Batería de Santa Bárbara e il mirador di Punta del Viento, che alle sette di sera prende il tramonto in pieno e viene occupato da chiunque abbia una macchina fotografica.
Verso est si allunga il complesso di Lago Martiánez, la piscina di acqua di mare che César Manrique costruì tra la roccia lavica e le sculture bianche, illuminata dopo il buio.
La cena a La Ranilla
Il barrio dei pescatori sta subito dietro il porticciolo: si chiama La Ranilla, ha strade larghe quanto una barca e case a un piano dipinte di colori decisi, con murales che negli ultimi anni hanno coperto quasi tutti i muri ciechi. Era la parte povera del paese e adesso è quella dove si mangia meglio, sequenza abbastanza abituale nella storia urbana ma qui avvenuta senza cancellare nessuno: nelle stesse strade ci sono ancora le case dei pescatori.
Se vuoi capire bene cosa mangiare a Tenerife, ordina pescado a la espalda, aperto e cotto sulla piastra con aglio e olio, oppure un escaldón de gofio da dividere, che è la farina tostata scaldata nel brodo fino a diventare una crema densa, cibo da lavoratori diventato piatto identitario. Chiudi con un frangollo, dolce di gofio e latte con la miel de palma sopra. Poi torna a piedi verso la piazza, con l’aria umida e il rumore del mare che a Puerto non smette mai, e conta in silenzio i metri di dislivello che hai fatto in due giorni.
Tour ed escursioni a Puerto de la Cruz
Cosa lascia addosso Tenerife in quarantotto ore
Quello che resta, alla fine, è una questione di verticalità. In due giorni hai bevuto un caffè al livello del mare tra i banchi di un mercato, hai dormito in una città di provincia universitaria immersa nella nebbia, hai camminato a duemiladuecento metri in un paesaggio dove non cresce quasi niente e non c’è un solo suono, e sei tornato a cena in un barrio di pescatori con la faccia bruciata. Le isole vulcaniche funzionano così: impilano climi e paesaggi uno sopra l’altro invece di distenderli, e ti danno l’illusione di aver viaggiato molto più di quanto abbia fatto la macchina.
La seconda cosa che resta è la lista di quello che è rimasto fuori, che dopo due giorni è meno lunga ma più fastidiosa, perché adesso sai esattamente a che distanza sta: il massiccio di Anaga con i suoi caseríos e le sue foreste di alloro, il Parco Rurale di Teno, Masca e Punta de Teno, il drago millenario di Icod de los Vinos, Garachico e il suo porto sepolto dalla lava, le scogliere di Los Gigantes, le spiagge del sud. Tenerife non si esaurisce: si interrompe quando finisci le giornate. E la sensazione, la seconda sera, non è di aver visto tutto, ma di aver capito finalmente come è fatta l’isola — che è una cosa diversa, e in fondo più utile.
I migliori hotel di Tenerife

Boutique Hotel H10 ****

Spring Hotel Vulcano ****























