Cosa vedere in un giorno a Tenerife: dal mercato di Santa Cruz al Teide, fino a Puerto de la Cruz

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Un giorno solo, e un’isola che ne meriterebbe dieci. Il modo in cui ho risolto la faccenda è stato deciderlo la sera prima: rinunciare al sud e alle sue piscine, prendere la macchina e attraversare Tenerife in verticale. Cosa vedere in un giorno a Tenerife si riduce a questo, a una linea che sale dal mare alla vetta e poi ridiscende dall’altra parte.

Ho cominciato tra le cassette di papaya del Mercado de Nuestra Señora de África, a Santa Cruz, ho attraversato Plaza de España fino alla vela bianca dell’Auditorio Adán Martín, sono salito ai cinquecento metri di San Cristóbal de La Laguna a camminare sul reticolo di strade che l’UNESCO ha messo sotto tutela, ho pranzato a La Orotava sotto i balconi di pino della Casa de los Balcones, ho continuato a salire finché i pini si sono diradati e mi sono ritrovato dentro Las Cañadas, ai piedi del Teide, davanti ai Roques de García.

Poi sono sceso di nuovo verso il mare, a Puerto de la Cruz, tra i lauri di Plaza del Charco e i tavolini di La Ranilla. Oltre duemila metri di dislivello in una giornata, quattro climi diversi, una maglietta bagnata di sudore alle nove del mattino e un pile addosso alle sei di sera. Ti racconto com’è andata, tappa per tappa, così puoi rifarla senza le mie deviazioni sbagliate.


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La mattina: Santa Cruz al risveglio e la città alta

Il Mercado de Nuestra Señora de África

Mercado de Nuestra Senora de Africa Santa Cruz Tenerife

I mercati sono il posto giusto per capire cosa mangia una città, e questo è anche il posto giusto per capire cosa Santa Cruz pensava di sé stessa quando lo ha costruito, negli anni Quaranta: un edificio bianco nel barrio de El Cabo, con un arco d’ingresso e un campanile, più simile a una missione coloniale che a un capannone di verdure. Dentro c’è un patio quadrato con la fontana, e intorno al patio i banchi, che alle otto del mattino sono già in piena attività mentre il resto della città dorme.

Al Mercado de Nuestra Señora de África ci si perde la testa senza accorgersene. Le papaye e i manghi accanto ai plátanos di Canarie, piccoli e maculati e più dolci delle banane a cui sei abituato; i sacchi di gofio, la farina di cereali tostati che qui si mangia da prima che arrivassero gli spagnoli; le papas antiguas, quelle patate minuscole e rugose dai nomi che sembrano soprannomi, la negra, la bonita; i formaggi di capra, alcuni affumicati, tagliati e offerti su uno stuzzicadenti senza che tu abbia chiesto niente. Al piano di sotto c’è il pesce, e l’odore te lo dice prima delle scale. Compra un sacchetto di qualcosa: alle undici, in salita, ti servirà.

Plaza de España e la passeggiata fino all’Auditorio

plaza de espana santa cruz tenerife

A pochi minuti a piedi dal mercato, Plaza de España è una lastra di pietra chiara affacciata sul porto con al centro uno specchio d’acqua bassissimo, largo e immobile, che serve solo a riflettere il cielo e a far felici i bambini scalzi. È stata rifatta su progetto dello studio svizzero Herzog & de Meuron, e la cosa notevole è che sotto ci sono ancora le fondamenta del Castillo de San Cristóbal, il forte che difendeva la rada e che è stato demolito a inizio Novecento: una parte è visitabile in una galleria sotterranea, il che significa che stai passeggiando sopra il pezzo di storia militare più importante della città senza vederlo.

Da lì la città si legge in due direzioni. Verso l’interno parte la Calle del Castillo, l’asse commerciale, e si apre Plaza de la Candelaria con il suo obelisco di marmo. Verso sud, seguendo il mare, si arriva in un quarto d’ora all’Auditorio de Tenerife Adán Martín, la costruzione di Santiago Calatrava che assomiglia a un’onda che ha deciso di restare in piedi, aperta nel 2003 e diventata subito il profilo con cui l’isola si presenta al mondo. Vista da vicino è ricoperta di piccole tessere bianche, come una piscina. Vista da lontano è un uccello che sta per staccarsi.

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Il casco storico di San Cristóbal de La Laguna

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Dodici minuti di strada in salita e cambia tutto. La Laguna sta su un altopiano a cinquecento metri, e mentre parcheggi ti accorgi che la temperatura è scesa di parecchi gradi e che il cielo si è chiuso: qui la nuvola bassa che risale dal nord è un’abitudine, non un contrattempo.

Fu fondata alla fine del Quattrocento da Alonso Fernández de Lugo, il conquistatore dell’isola, e fu la prima città coloniale spagnola costruita senza mura, disegnata a tavolino su una griglia regolare. Quel disegno è stato poi esportato in America Latina, ed è la ragione per cui l’UNESCO l’ha inserita nella lista del patrimonio mondiale.

Camminando lungo la Calle de la Carrera capisci di essere in un modello in scala reale: portoni enormi, cortili interni con pozzo e legno di tea, facciate ocra, verde acqua, indaco, e file di balconi canari in pino intagliato. Ci sono la Catedral, la torre squadrata della Iglesia de la Concepción, Plaza del Adelantado, e ci sono soprattutto gli studenti, perché qui c’è l’università più antica delle Canarie e la città non è un museo ma un posto pieno di bar rumorosi. Fermati per un caffè e riparti: il tempo stringe.

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4.5 / 5 (13)

Il pomeriggio: la valle dell’Orotava e la salita al Teide

La Orotava e la Casa de los Balcones

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Mezz’ora di autostrada verso ovest, lungo la costa nord, e poi una deviazione in salita fino a La Orotava, che sta aggrappata al fianco della valle omonima con strade tanto ripide da mettere alla prova la frizione. Alexander von Humboldt passò di qui nel 1799 e ne parlò come di uno dei panorami più belli che avesse visto; il mirador che porta il suo nome guarda ancora esattamente quello che guardava lui, terrazze di vigneti e banani che scendono fino al mare.

Il centro è un intreccio di case signorili, chiese barocche e cortili. La Casa de los Balcones, seicentesca, è la più fotografata: un patio con doppio ordine di balconi in pino canario, scuri, lavorati come un merletto, e ricami esposti al piano terra. Poco più su, la Iglesia de Nuestra Señora de la Concepción mette in fila due campanili e una cupola.

Se ci passi in primavera, all’inizio dell’estate, potresti trovare la piazza del municipio coperta dai tappeti di sabbia del Corpus Christi, composti con sabbie colorate portate giù dal Teide e distrutti a fine giornata dai passi della processione, il che è un ottimo promemoria sull’inutilità di affezionarsi alle cose. Qui si pranza: papas arrugadas con mojo rojo e verde, conejo en salmorejo, un bicchiere di vino della zona.

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Teide: tramonto completo e cielo stellato. Il modo giusto per ammirarlo

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La Orotava: Casa de los Balcones e Molino del Hoyo Gofio

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Tour guidato a piedi a La Orotava 1:30 min, Tenerife

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Las Cañadas e i Roques de García

Roques de Garcia teide tenerife 1

La TF-21 sale da La Orotava e comincia a fare sul serio. Prima i castagni e le terrazze, poi la corona forestal, la fascia di pino canario che copre la montagna come una pelliccia grigioverde e che è una delle piante più testarde che esistano: brucia e ributta dal tronco. A un certo punto, in una manciata di tornanti, la nuvola si apre da sotto e resta lì, sotto di te, un pavimento bianco che copre il mare. Fermati a guardarlo, perché è il momento in cui capisci che stai salendo davvero.

Sopra i duemila metri gli alberi finiscono e si entra nel Parco Nazionale del Teide, dentro la caldera di Las Cañadas, un anfiteatro di sedici chilometri di diametro con il vulcano al centro. Il Teide arriva a 3.715 metri ed è la montagna più alta di Spagna; l’ultima eruzione dell’isola è del 1909, dalla parte opposta, al Chinyero.

La luce, a quest’ora, fa una cosa che non ti aspetti: la lava vecchia diventa rossa, poi ocra, poi violacea. Ai Roques de García ci sono i pinnacoli erosi che vedi in tutte le fotografie, compreso il Roque Cinchado, quello che stava sui biglietti da mille pesetas, un ammasso di roccia in equilibrio che sembra sul punto di cadere da secoli.

Poco oltre si aprono la piana del Llano de Ucanca e i costoni verdazzurri di Los Azulejos. Se vuoi salire con la funivia fino a La Rambleta devi calcolare l’orario per bene, e se punti al cratere serve un permesso da chiedere in anticipo. Con un giorno solo, il mio consiglio è di restare in basso e camminare l’anello dei Roques: in questa parte dell’isola, di tutto quello che puoi mettere in una lista di cosa vedere a Tenerife, il Teide è l’unica voce non negoziabile.

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Tenerife: Tour del Parco Nazionale del Teide al tramonto e per osservare le stelle

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Tenerife: Escursione di un giorno al Monte Teide, Masca, Icod e Garachico

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Parco nazionale del Teide: tour di un giorno o al tramonto in quad

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Tenerife: tour di Masca, del Monte Teide e delle scogliere di Los Gigantes

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4.9 / 5 (103)

La sera: la discesa tra i pini e Puerto de la Cruz

Plaza del Charco e il porticciolo

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La discesa verso nord, al buio, con i fari che illuminano i tronchi dei pini e le orecchie che si tappano, è una delle parti migliori della giornata, e nessuno te lo dice mai. Quaranta minuti dopo sei a Puerto de la Cruz, a livello del mare, con un’aria tiepida e umida che ti sembra tropicale dopo il freddo secco di lassù.

Puerto è stata il primo posto turistico dell’isola, molto prima delle torri del sud: nell’Ottocento ci arrivavano inglesi e tedeschi per il clima, e qualcosa di quell’aria da stazione climatica è rimasta. Plaza del Charco è il centro esatto della vita locale, un rettangolo ombreggiato da grandi lauri d’India portati da Cuba, circondato da tavolini e attraversato in continuazione da chiunque abiti nel raggio di un chilometro.

A due passi c’è il porticciolo con le barche da pesca tirate in secca, la vecchia Casa de la Aduana, e più in là il complesso di Lago Martiánez, la piscina di acqua di mare disegnata da César Manrique, che di sera è illuminata e vale la deviazione anche solo per guardarla dall’alto.

La cena a La Ranilla

Il quartiere dietro il porto si chiama La Ranilla ed è quello dei pescatori: vicoli stretti, case basse e colorate, murales sui muri ciechi, e negli ultimi anni una concentrazione di ristoranti che ha trasformato il vecchio barrio nel posto dove si mangia meglio in città. Ordina pesce locale, vieja o cherne, con le solite papas arrugadas, e se te la senti comincia dalle lapas alla piastra con aglio e prezzemolo. Chiudi con un barraquito, che è il modo canario di trasformare un caffè in un dolce: latte condensato sul fondo, caffè, schiuma, un dito di liquore, cannella e una scorza di limone, servito in un bicchiere trasparente perché si vedano gli strati. Bevuto seduto fuori, con i piedi che pulsano dopo quattordici ore in giro, ha un effetto quasi medicinale.

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4.8 / 5 (59)

Cosa resta, alla fine di una giornata così

Quello che ti porti a casa non è l’elenco delle tappe, è il fatto che le hai attraversate tutte nello stesso giorno. La sensazione strana, salendo la TF-21, di aver lasciato il mercato di Santa Cruz su un altro pianeta. Il silenzio dentro Las Cañadas, che non è un silenzio poetico ma proprio un’assenza di suono, senza uccelli e senza foglie, perché lassù non c’è quasi nulla che possa fare rumore. E poi il rientro a Puerto de la Cruz con la faccia bruciata dal sole d’alta quota e la maglietta ancora che sa di pino.

Un giorno serve per capire che l’isola è molto più grande di quanto suggerisca la sua superficie. Restano fuori il massiccio di Anaga con i suoi caseríos e le sue foreste di alloro, il Parco Rurale di Teno con Masca e Punta de Teno, il drago millenario di Icod de los Vinos, il porto sommerso di Garachico, le scogliere di Los Gigantes, le spiagge del sud da Las Teresitas a Los Cristianos. Ne rimane abbastanza per tornare, che poi è il modo migliore in cui può finire una giornata come questa: stanco, soddisfatto e già un po’ in debito.


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