Cosa vedere a Plaza del Charco

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Ti siedi su una panchina di Plaza del Charco con l’intenzione di restarci cinque minuti e ti alzi quaranta minuti dopo, senza aver fatto niente e senza rimpianti. È la trappola più efficace di Puerto de la Cruz. Cosa vedere a Plaza del Charco lo scopri proprio così, da fermo: l’ombra dei laureles de Indias portati da Cuba nel 1852 e delle palme canarie, la vasca centrale con la ñamera che la presiede da oltre un secolo, la memoria dei charcos d’acqua salata che a inizio Seicento si formavano qui sotto, comunicanti col mare, e che davano alla piazza il nome di Charco de los Camarones, la sfilza di intitolazioni ufficiali che i portuensi hanno sempre ignorato — Constitución, Real, Generalísimo — prima del ritorno al nome vero.

E poi tutto quello che le sta intorno e che dalla piazza raggiungi in un paio di minuti: le terrazze e il mitico Bar Dinámico rimasto dentro dopo il riassetto concluso nel 1993, la casona settecentesca del Rincón del Puerto con i suoi ballatoi di legno, il muelle pesquero con la scultura dedicata alla pescatrice, la Casa de la Real Aduana del 1620, l’edificio civile più antico conservato in città, oggi ufficio del turismo e sede del museo d’arte contemporanea Eduardo Westerdahl, le vie pedonali che salgono verso Quintana e La Ranilla, e la piazza di notte, quando cambia mestiere.

Cosa vedere a Plaza del Charco

Sono i laureles de Indias i veri padroni del posto. Arrivarono da Cuba nel 1852 e da allora hanno costruito un tetto di foglie che filtra la luce e la deposita a terra in chiazze mobili, tra le palme canarie che completano l’ombreggiatura. Il risultato è una temperatura tutta sua: due gradi in meno del resto della città, l’aria che sa di salsedine e di caffè, il rumore del traffico attutito.

Alza gli occhi e capirai perché nessuno, qui, ha mai avuto fretta di piantare qualcosa di più moderno. Al centro, sotto quel tetto, c’è la pila, e dentro la pila c’è la ñamera, un cespo di colocasie e felci che presiede la fontana da più di un secolo ed è uno dei simboli più amati della città — la poetessa Ana Rosa Alonso la chiamò una bomboniera vegetale. È l’oggetto più fotografato della piazza e, va detto, il più discutibile: un’aiuola galleggiante che sembra dimenticata lì da un giardiniere distratto. Poi ci passi davanti tre giorni di fila, cominci a controllare se le foglie sono cresciute, e a quel punto sei perduto anche tu.

Il nome, intanto, non è una metafora. A inizio Seicento qui si formavano pozze d’acqua salata, alimentate dal sottosuolo in collegamento col mare; le si recingeva con le pietre per allevarci pesci e gamberetti, e quando il mare si ingrossava all’imboccatura del molo l’acqua arrivava fin dentro la piazza. Fra i primi a mettere per iscritto il toponimo “Charco de los Camarones” ci fu, negli anni Trenta del Seicento, il militare Próspero Casola, lo stesso ingegnere che disegnò il fortino di San Felipe poco più a ovest.

Poi arrivarono i nomi ufficiali — Plaza de la Constitución, Plaza Real, Plaza del Generalísimo Franco — e i portuensi continuarono imperterriti a dire Plaza del Charco. Vinsero loro. Oggi il perimetro è una fila continua di caffè, gelaterie e ristoranti, con i tavolini spinti fin sotto gli alberi: l’ultimo grande riassetto si è chiuso nel 1993 e ha conservato al suo interno il Bar Dinámico, un tempo luogo di ritrovo della parte più progressista e intellettuale della città. Le tertulias di allora sono diventate conversazioni di pensionati inglesi e famiglie in ciabatte, ma la funzione non è cambiata: ordini qualcosa, ti giri verso la piazza e guardi. Nessuno ti chiederà di liberare il tavolo.

Su un lato si apre il portone del Rincón del Puerto, casona canaria del Settecento con il cortile interno, i ballatoi di legno scuro e le scale a vista, oggi occupata da locali di ristorazione: vale la pena entrare anche solo per attraversare il patio, perché è l’unico punto in cui vedi dall’interno com’era costruita una casa borghese di porto atlantico — verso l’ombra e verso il centro, non verso la strada. Il legno cigola, e la cosa migliora l’esperienza.

Pochi passi più in là la piazza sfocia sul vecchio molo dei pescatori, le cui origini risalgono al Cinquecento, quando fu spostato dalla zona della foce del barranco de San Felipe. Ci trovi barche colorate tirate in secca, l’odore inequivocabile di reti e nasse e la scultura dedicata alla mujer pescadora, la gangochera portuense; da qui parte anche l’imbarco della Virgen del Carmen, che a luglio riempie il molo di gente. Al tramonto è il punto migliore della zona: il sole cala sull’Atlantico e la piazza, alle tue spalle, comincia ad accendersi.

Se invece imbocchi il vicolo delle Lonjas, in trenta secondi arrivi alla Casa de la Real Aduana. Datata 1620, è l’edificio civile più antico rimasto in piedi in città, e oggi ospita l’ufficio del turismo e il MACEW, il Museo de Arte Contemporáneo Eduardo Westerdahl. La combinazione — dogana seicentesca, mappe gratuite e arte astratta del Novecento — è più coerente di quanto sembri, visto che Westerdahl fu il critico che portò le avanguardie europee in un’isola dell’Atlantico; l’edificio è basso, bianco, con le imposte verdi, e passi davanti al portone senza accorgertene se non lo cerchi.

Da Plaza del Charco, del resto, si dirama tutto il centro storico, ed è questo il suo uso più pratico: salendo per calle Quintana incroci i balconi canari e il vecchio Hotel Marquesa, mentre verso ovest comincia La Ranilla, il quartiere marinaro dove il progetto Puerto Street Art ha riempito i muri di murales che il sole e la salsedine sbiadiscono e sostituiscono con una certa regolarità.

Le vie sono pedonali, corte, in leggera salita: puoi perderti per un’ora e ritrovarti comunque qui, perché tutte le strade tornano al Charco. E quando cala la sera la piazza cambia mestiere — luci sotto gli alberi, musicisti dal vivo, terrazze piene fino a tardi, e nelle date giuste il Carnevale, le verbene e il Capodanno con i rintocchi e la festa che segue. Nelle sere normali resta quello che è sempre stata: un salotto all’aperto dove la gente del posto si dà appuntamento senza doverselo dire.

Dove dormire vicino a Plaza del Charco

Stare nel casco antiguo è la scelta più sensata, perché la piazza è il punto da cui parte tutto e alle due di notte torni a piedi. Attorno a Quintana, La Hoya e nel quartiere di La Ranilla trovi appartamenti ricavati in case storiche e piccoli hotel di poche stanze, spesso con i balconi di legno restaurati; il rovescio della medaglia è il rumore delle terrazze fino a tardi, che d’estate non è un dettaglio. Se dormi meglio in silenzio, spostati verso la zona alta di La Paz e del Parque Taoro, dove le strutture sono più grandi e la vista sull’oceano si allarga, oppure verso l’Avenida Colón: dieci minuti a piedi in discesa e sei di nuovo qui.

Come arrivare a Plaza del Charco

Dalla stazione delle guaguas di Puerto de la Cruz sono pochi minuti a piedi in discesa, ed è il modo più comodo se arrivi da fuori: le linee TITSA collegano la città con Santa Cruz e con il resto dell’isola. In auto si esce dall’autostrada del nord, la TF-5, e si scende verso il centro; il casco è in gran parte pedonale, quindi conviene puntare direttamente ai parcheggi vicini al lungomare, a cominciare dallo spiazzo del molo, il più semplice da usare anche se durante le feste viene occupato dai gazebo. L’aeroporto Tenerife Norte è a pochi chilometri; da Tenerife Sur il viaggio è decisamente più lungo.

Quando andare a Plaza del Charco

La piazza funziona tutto l’anno e a qualsiasi ora, il che è raro. La mattina è il momento della gente del posto, delle spese e dei giornali; il primo pomeriggio è quando l’ombra dei laureles vale davvero qualcosa, perché sulla costa nord il sole entra ed esce dalle nuvole senza preavviso e quando arriva picchia. Il momento migliore resta però il tramonto e la sera, quando si accendono le terrazze e l’ambiente cambia del tutto. Da evitare, se cerchi tranquillità, i giorni di Carnevale e la notte di fine anno: la piazza c’è, ma sotto diversi strati di folla.

Dove si trova Plaza del Charco

Plaza del Charco sta nel cuore del casco antiguo di Puerto de la Cruz, sulla costa settentrionale di Tenerife, a una manciata di metri dal muelle pesquero e dalla Casa de la Real Aduana, con il quartiere di La Ranilla a ovest e le vie commerciali che salgono verso l’interno. Siamo all’imbocco della valle de La Orotava, il grande anfiteatro coltivato che dal mare risale verso il Teide: dalla piazza il vulcano non lo vedi, coperto dalle case e dagli alberi, ma basta scendere sul molo e voltarti per averlo lì, di solito con un cappello di nuvole in testa.

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