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Alle sette del mattino, mentre il resto della città sta ancora decidendo se alzarsi, qui dentro si stanno già rovesciando cassette di chicharros sul ghiaccio. Cosa vedere al Mercado de Nuestra Señora de África — la Recova, come lo chiamano tutti da ottant’anni — è una domanda che si risolve in un’ora di camminata lenta, ammesso che tu riesca a non fermarti.
C’è l’edificio, prima di tutto: rosa salmone, neocoloniale, con un arco d’ingresso monumentale e una torre da paesino canario, disegnato da José Enrique Marrero Regalado e tirato su in piena guerra, mentre accanto si costruiva il Puente Serrador sopra il Barranco de Santos. Dentro ci sono tre patii collegati da gallerie ad arcate, oltre duecento banchi distribuiti su due livelli, le pescherie al piano di sotto, montagne di frutta tropicale e di papas antiguas, i formaggi delle isole, il gofio, i mojo, le fioriste, i banchi dove si mangia in piedi e si beve il barraquito.
Ci sono due minuscole Vergini che si guardano in cagnesco all’ingresso, la storia del generale che pagò il mercato e morì prima di vederlo aperto, la Rambla Azul con i suoi chioschi, il rastro che la domenica mattina invade le strade intorno, e — dall’altra parte del barranco — la Recova Vieja, che oggi fa la sala d’arte.
Cosa vedere alla Recova: il patio centrale e le gallerie ad arcate
Passato l’arco entri in quella che i progettisti chiamarono, senza troppa modestia, la Plaza Mayor: uno spazio aperto al cielo, con le gallerie ad arcate che corrono lungo i lati e i banchi affacciati sotto le volte. L’effetto è che non ti senti dentro un mercato ma dentro un paese, cosa del tutto voluta — negli anni Quaranta l’idea di un villaggio canario in miniatura era esattamente ciò che si cercava, sulla scia della campagna sul tipismo che Néstor Martín Fernández de la Torre stava portando avanti nell’arcipelago. I patii in tutto sono tre, comunicanti, e il gioco delle ombre che le arcate proiettano sul selciato cambia di ora in ora. Siediti su un gradino per cinque minuti e capisci perché la gente qui ci passa la mattinata: c’è ombra, c’è corrente d’aria, e non c’è un tetto che ti schiacci.
Vale la pena, prima o dopo, tornare sui propri passi e guardare l’edificio da fuori, perché il colpo d’occhio è tutto in due elementi. Il primo è proprio quell’arco d’ingresso, un semicerchio enorme — l’apertura ha un raggio di otto metri — che funziona come una porta di città più che come l’entrata di un mercato coperto. Il secondo è la torre, con il campanile squadrato di gusto neocanario che è il vero segnale urbano: la vedi da mezza Avenida de San Sebastián e da tutto il ponte. Le tonalità rosate dell’intonaco fanno il resto, soprattutto verso sera, quando il sole basso le tira su di un paio di gradi. L’edificio è Bien de Interés Cultural con categoria di monumento dal 2004, il che nella pratica significa che nessuno può metterci mano senza chiedere permesso a mezzo mondo.
Rientrando, se guardi in alto vicino all’entrata e sai cosa cercare, trovi due immagini minuscole affacciate l’una di fronte all’altra: da un lato la Virgen de África, patrona di Ceuta, che al mercato dà il nome; dall’altro la Virgen de Candelaria, patrona delle Canarie. È un dettaglio da niente e racconta tutto: un edificio del 1944 che si mette sotto la protezione dell’Africa spagnola e dell’isola contemporaneamente. Curiosità nella curiosità, l’architetto che ha disegnato questo mercato aveva firmato anche la basilica di Candelaria.
Dai patii scendi di un livello e cambia tutto: luce artificiale, acciaio, acqua che scorre, il rumore continuo del ghiaccio spalato. Sono le pescherie, la parte del mercato che negli ultimi due decenni ha fatto il salto di qualità più visibile e che resta la più onesta. Sui banchi trovi la vieja dai denti da roditore, il cherne, la sama, il bonito, i pulpi, e naturalmente il chicharro, il pesce azzurro da cui gli abitanti di Santa Cruz si sono presi il soprannome di chicharreros — origine oggi rivendicata con orgoglio, ma che nasceva come sfottò dei vicini di La Laguna, convinti che qui si mangiasse solo pesce da poveri. Le pescivendole ti diranno come cucinarlo anche se non lo chiedi, e avranno ragione loro.
Tutto questo esiste per una ragione prosaica: la vecchia recova ottocentesca vicino al Teatro Guimerá era diventata troppo piccola, e servivano soldi. Li mise il Mando Económico de Canarias, l’organismo che governava l’economia dell’arcipelago durante la guerra, per volontà del capitano generale Ricardo Serrador Santés, che finanziò l’opera a condizione che i lavori filassero. Filarono: si cominciò nell’agosto del 1942 e si aprì il 4 gennaio del 1944. Serrador però era morto un anno prima, e all’inaugurazione ci andò un altro. Il ponte lì accanto porta comunque il suo nome, e secondo le cronache dell’epoca anche il nome del mercato aveva un riferimento privato: África si chiamava sua moglie.
Cosa mangiare al Mercado de Nuestra Señora de África
Se hai un solo posto per capire cosa si mangia nelle isole, è questo. I banchi di specialità occupano buona parte delle gallerie e ognuno tiene la propria linea: chi punta tutto sul formaggio, chi sulle salse, chi sui vini di Tacoronte, Abona o Valle de la Orotava.
I formaggi delle isole
Il formaggio di capra qui è una faccenda seria e regionale: il majorero di Fuerteventura, compatto e piccante quando è stagionato; il palmero affumicato con legno di fico o aghi di pino; le forme tenerine giovani, bianche, che si mangiano a fette spesse con la buccia ancora umida. Chiedi di assaggiare e ti taglieranno un pezzo senza fare storie.
Il gofio, i mojo e le papas
Il gofio è farina di cereali tostati — mais, grano, orzo — e per secoli è stato il pane dei canari: lo trovi in sacchetti da mezzo chilo accanto ai legumi. I mojo stanno in barattoli allineati per colore, il rosso al pimentón e il verde al coriandolo o al prezzemolo, e servono per le papas arrugadas, che a loro volta comprerai qui, piccole e grinzose, nelle varietà antiche come la bonita e la negra. Nessuna di queste cose pesa niente in valigia, e tutte funzionano meglio di una calamita.
La frutta tropicale
Il reparto di frutta e verdura è quello che ti fa capire, più di ogni cartello, che sei a poche centinaia di chilometri dall’Africa. Il plátano de Canarias, piccolo e macchiato di nero, sta accanto a papaye, manghi, avocado, chirimoye, tunos indios sbucciati e pronti da mangiare, insieme alle verdure da puchero che le signore comprano a bracciate. Le pile sono costruite con una cura maniacale e guai a te se estrai un pomodoro dal fondo.
I banchi da mangiare e il barraquito
Da qualche anno la Recova ha fatto quello che hanno fatto tutti i mercati europei sopravvissuti al supermercato: si è messa a servire da mangiare. Tra i banchi trovi taglieri di formaggio e chorizo de Teror, croquetas, papas con mojo, pesce fritto, vino sfuso in bicchieri piccoli. E c’è il barraquito, che è il caffè locale e va ordinato almeno una volta: caffè, latte condensato, schiuma, un dito di liquore, scorza di limone e cannella, servito in bicchiere di vetro a strati che dovresti ammirare per tre secondi prima di rovinare tutto con il cucchiaino.
Le fioriste e i chioschi della Rambla Azul
Il mercato non vende solo cose da mangiare. Ci sono le fioriste, con secchi di strelitzie — l’uccello del paradiso, che a Tenerife cresce come da noi le margherite — e composizioni pronte per battesimi e cimiteri, senza soluzione di continuità. Sul fronte esterno corre poi la galleria dei chioschi della Rambla Azul, dove si passa dall’antiquariato al vintage al ciarpame puro nel giro di quattro vetrine. È la parte più disordinata del complesso e quella dove è più facile perdere venti minuti senza accorgersene.
Il rastro della domenica
La domenica mattina il quartiere intorno al mercato si trasforma. Il Rastro di Santa Cruz occupa l’Avenida José Manuel Guimerá e le strade attorno alla Recova, spingendosi fino a calle Bravo Murillo: bancarelle di vestiti, utensili, dischi, piante, mercanzia africana e latinoamericana, con una folla che si muove alla velocità di un ghiacciaio. Se ami i mercati è il momento migliore della settimana; se detesti la calca, sappilo prima di uscire dall’hotel.
Dove dormire vicino al Mercado de Nuestra Señora de África
Il mercato è dentro Santa Cruz, quindi la questione non è “vicino” ma “quale pezzo di città”. La scelta più comoda è il centro tra Plaza de España, Plaza del Príncipe e la calle Castillo: da lì al mercato ci sono dieci minuti a piedi in discesa, e la sera hai i bar aperti sotto casa. Chi vuole qualcosa di più tranquillo punta al Barrio de los Hoteles, il quartiere ordinato di villini e palazzine razionaliste attorno alla Rambla, dove l’offerta è fatta soprattutto di appartamenti e piccoli hotel urbani. Il Toscal, alle spalle del centro, è la versione popolare e più economica della stessa cosa, con strade strette e balconi di legno. Se invece ti serve il mare la sera, dormi a San Andrés, il paese di pescatori all’imbocco del massiccio di Anaga, accanto a Las Teresitas: da lì scendi in città in un quarto d’ora e arrivi al mercato prima che apra la maggior parte dei banchi.
Come arrivare alla Recova
L’indirizzo è Avenida de San Sebastián 51, sul bordo del Barranco de Santos, e a piedi ci arrivi da qualunque punto del centro storico in un quarto d’ora scarso: dal porto risali verso l’interno tenendo il barranco alla tua sinistra, oppure attraversa il Puente Serrador e te lo ritrovi davanti. Il tram che collega La Laguna a Santa Cruz ha fermate a pochi minuti di cammino, e le guagua della TITSA — comprese le linee dal sud turistico e dal Puerto de la Cruz — convergono tutte sull’Intercambiador, da cui è una passeggiata. In auto conviene sapere che il complesso ha un parcheggio proprio, perché cercare posto in strada in quella zona di mattina è un modo eccellente per rovinarsi la giornata. Dall’aeroporto Tenerife Norte sei a una ventina di minuti, dal Tenerife Sur a circa un’ora.
Quando andare alla Recova
Questo è un mercato vero, non un’attrazione con orario da museo: apre prestissimo, poco dopo l’alba, e chiude verso l’ora di pranzo. Il che significa che il pomeriggio, se ci vai, trovi le saracinesche abbassate e un paio di gatti. La finestra migliore è tra le otto e le dieci del mattino, da martedì a sabato: i banchi sono completi, il pesce è appena arrivato, la luce entra di traverso nei patii e non c’è ancora la ressa. Il sabato è il giorno in cui la città fa la spesa e l’atmosfera è al massimo, ma anche il traffico. La domenica cambia registro per via del rastro: vieni per quello, non per comprare la cena. Se capiti a Santa Cruz durante il Carnevale, in febbraio, considera che tutto il centro ha altre priorità e che gli orari possono muoversi.
Dove si trova la Recova
Sei nel cuore di Santa Cruz de Tenerife, capitale dell’isola e cocapoluogo delle Canarie, sull’Avenida de San Sebastián, dove il tessuto ottocentesco del centro si affaccia sul Barranco de Santos, il torrente asciutto che taglia la città in due. Accanto c’è il Puente Serrador, costruito negli stessi anni del mercato per collegare la calle Valentín Sanz al quartiere di El Cabo, sull’altra sponda. Da qui sono pochi minuti a piedi la Plaza de España e il porto, il Teatro Guimerá e la chiesa della Concepción con il suo campanile, mentre a monte comincia la salita verso La Laguna e alle spalle della città si alzano i crinali di Anaga.
