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La prima volta che ho visto Tenerife è stato dal finestrino di un aereo in avvicinamento, e ricordo di aver pensato che qualcuno mi avesse venduto la vacanza sbagliata. Sotto di me non c’era il verde tropicale delle brochure: c’era una distesa marrone, arida, punteggiata di coni neri, che somigliava molto di più a un pianeta appena raffreddato che a un’isola delle Canarie. Poi l’aereo ha virato, il Teide è comparso sulla destra con il suo cappello di nubi, e ho capito che avevo sbagliato io: Tenerife non è un posto, sono almeno quattro posti diversi tenuti insieme dalla stessa dogana.
È l’isola più grande e più popolata dell’arcipelago spagnolo delle Canarie: 2.034 chilometri quadrati, oltre 340 chilometri di costa e quasi un milione di abitanti, cioè circa la metà di tutta la popolazione canaria. Al centro, il Parco Nazionale del Teide è Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2007 e ospita la montagna più alta di Spagna; sulla costa nord, San Cristóbal de La Laguna è Patrimonio dell’Umanità dal 1999 per una ragione che ti sembrerà astratta finché non ci cammini dentro. In epoca romana quest’isola era chiamata Nivaria, l’isola della neve, e ancora oggi capita di vedere gente in costume da bagno a Los Cristianos mentre a quaranta chilometri di distanza, in linea d’aria, qualcuno tira palle di neve a tremila metri.
Il resto lo trovi distribuito su un territorio che si attraversa in un’ora e mezza di autostrada. Ci sono le scogliere di Los Gigantes e il paesaggio lunare delle Roques de García, il Loro Parque e il Siam Park, il villaggio di Masca sospeso sulle montagne del Teno e il tunnel lavico della Cueva del Viento, il Drago Milenario di Icod de los Vinos e l’Auditorio de Tenerife disegnato da Calatrava, la Basilica di Nuestra Señora de la Candelaria e il Carnevale di Santa Cruz de Tenerife che è il secondo più grande del mondo, l’Aqualand di Costa Adeje e il Lago Martiánez di César Manrique, la Montaña Roja di El Médano e la Pirámide de Arona. Ci sono ovviamente anche le città: Santa Cruz de Tenerife, Puerto de la Cruz, San Cristóbal de La Laguna, Costa Adeje, La Orotava, Icod de los Vinos, Garachico, Candelaria, El Médano. E ci sono le spiagge, dalla sabbia sahariana di Playa de las Teresitas al chilometro selvaggio di Playa de La Tejita.
Per vedere tutto questo con calma servono dieci giorni. Per vederlo senza calma ne bastano sette, ma solo con un’auto a noleggio: Tenerife è un’isola dove le distanze in chilometri mentono sistematicamente, perché ottanta chilometri di autostrada TF-1 si fanno in un’ora e venti chilometri di strada verso Masca in altrettanto. Se hai tempo per una cosa sola, sali sul Teide all’alba. Se ne hai per due, aggiungi il nord.
Attrazioni da non perdere a Tenerife
Ho provato a mettere in ordine quello che di Tenerife va visto, e mi sono accorto che l’ordine si costruisce quasi da solo intorno a un’unica cosa: la montagna. Tutto il resto è distribuito su cerchi concentrici che si allontanano dal cratere — prima i paesaggi vulcanici, poi le scogliere che il vulcano ha scavato, poi i parchi e i musei che l’uomo ha costruito dove la lava si era fermata.
Quello che segue è il percorso che rifarei, dalla cosa che non puoi permetterti di saltare a quella che aggiungi se ti avanza un pomeriggio. Nessuna di queste tappe richiede più di un’ora e mezza di macchina dalle altre, il che è il vero lusso di quest’isola.
Parco Nazionale del Teide, il tetto della Spagna
Si sale dal sud lungo la TF-21 e per una mezz’ora non succede niente di speciale: pini, tornanti, qualche capra. Poi la strada supera i duemila metri, esce da una specie di soglia invisibile, e ti ritrovi dentro la Caldera de Las Cañadas — un anfiteatro vulcanico largo circa sedici chilometri, con le pareti che si alzano tutt’intorno come le mura di una città abbandonata. Al centro c’è il Teide, 3.715 metri, la montagna più alta di Spagna e la terza struttura vulcanica più alta del mondo se la misuri dal fondale oceanico. Il silenzio, lassù, ha una qualità che non ho trovato altrove: è il silenzio dei posti dove non cresce abbastanza vegetazione da fare rumore col vento.
Il Parco Nazionale del Teide copre poco meno di 19.000 ettari ed è Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2007. È anche il parco nazionale più visitato di Spagna e uno dei più visitati al mondo, con circa quattro milioni di persone all’anno, il che dovrebbe darti un’idea di quanto sia furbo arrivare presto. Il vulcano non è spento: l’ultima eruzione sull’isola è stata quella del Chinyero, nel 1909, sul fianco occidentale, e ancora oggi vicino alla vetta si sentono le fumarole e l’odore di zolfo che ti resta addosso per un’ora.
Il teleférico parte da 2.356 metri e in circa otto minuti ti porta alla stazione della Rambleta, a 3.555 metri. Da lì alla vetta vera e propria mancano centosessanta metri di dislivello lungo il sentiero Telesforo Bravo, e per percorrerlo serve un permesso gratuito che va richiesto in anticipo agli enti del parco: i posti giornalieri sono contingentati e in alta stagione si esauriscono con settimane di anticipo. Senza permesso arrivi comunque ai belvedere della Rambleta, che affacciano sulla Pico Viejo e, nelle giornate limpide, su Gran Canaria, La Gomera, La Palma ed El Hierro tutte insieme.
Il mio consiglio? Parti dal tuo hotel prima delle sei del mattino e sali per la TF-21 al buio. Non tanto per l’alba, che pure è memorabile, quanto per il fenomeno che a quell’ora si vede quasi ogni giorno sul versante nord: il mar de nubes, un tappeto compatto di nuvole che gli alisei spingono contro la montagna e che si ferma intorno ai 1.500 metri. Tu sei sopra, al sole, in maglietta e con quattro gradi di temperatura, e sotto di te c’è un oceano bianco. Porta un pile: a tremila metri, anche a luglio, il vento fa sul serio.
Los Gigantes, la muraglia dell’Atlantico
A ovest, dove l’isola finisce, il massiccio del Teno si interrompe di colpo. Non degrada, non si assottiglia: si taglia. Gli Acantilados de Los Gigantes sono una parete verticale di basalto che in alcuni punti supera i seicento metri di altezza e prosegue sott’acqua per altre decine di metri, tanto che davanti alla scogliera il fondale precipita rapidamente e l’acqua assume quel blu inchiostro che di solito vedi solo al largo. I guanci, la popolazione aborigena dell’isola, li chiamavano la muraglia dell’inferno, e nessuno che ci sia passato sotto in barca ha mai trovato l’espressione esagerata.
Il paese di Los Gigantes, nel comune di Santiago del Teide, è cresciuto ai piedi della scogliera negli anni Sessanta e ha quella caratteristica un po’ vertiginosa dei posti costruiti su un pendio troppo ripido: case bianche sovrapposte, terrazze che guardano dentro il vuoto, un porticciolo turistico incastrato in una piega della roccia. La spiaggia locale, la Playa de los Guíos, è di ciottoli e sabbia nerissima ed è battuta dall’ombra della parete già nel primo pomeriggio.
La cosa che davvero giustifica il viaggio fin quaggiù, però, è il mare. Il braccio d’acqua tra Tenerife e La Gomera ospita una popolazione stabile di globicefali e tursiopi che vive qui tutto l’anno, non stagionalmente: è una delle poche zone al mondo dove l’avvistamento è quasi garantito in qualsiasi mese, e nel 2021 l’area è stata riconosciuta come Whale Heritage Site. Dal porto di Los Gigantes partono uscite di due o tre ore che costeggiano la scogliera e poi si spostano al largo.
Il mio consiglio? Prendi la barca del pomeriggio, non quella della mattina. Il sole basso illumina frontalmente la parete e la fa passare dal grigio al bronzo nel giro di mezz’ora, e i colori valgono la scelta anche se il mare è leggermente più mosso. E scegli un operatore piccolo, con la bandiera blu di certificazione per l’avvistamento responsabile: i motoscafi grandi arrivano prima e disturbano di più.
Loro Parque, il parco di Puerto de la Cruz
Wolfgang Kiessling aprì il Loro Parque nel 1972 su tredicimila metri quadrati con centocinquanta pappagalli e l’idea, all’epoca piuttosto eccentrica, che la gente avrebbe pagato per guardarli. Oggi il parco occupa circa 135.000 metri quadrati alla periferia di Puerto de la Cruz e ospita quella che è considerata la più grande collezione di pappagalli al mondo, insieme a gorilla, pinguini, orche, delfini, leoni marini e un acquario con un tunnel sottomarino.
È il tipo di posto su cui è difficile essere neutrali. Da un lato la Loro Parque Fundación ha finanziato programmi di conservazione che hanno contribuito a salvare dall’estinzione alcune specie di ara e amazzone, e i recinti dei primati sono tra i più ampi che io abbia visto in Europa. Dall’altro, gli spettacoli con i cetacei restano oggetto di critiche costanti da parte delle organizzazioni animaliste, e vale la pena saperlo prima di comprare il biglietto invece di scoprirlo davanti alla vasca.
Detto questo, se ci vai con dei bambini l’entusiasmo che ne ricavano è fuori discussione, e il pinguinario — una struttura refrigerata con neve vera e diverse specie antartiche — è tecnicamente notevole. Il parco è collegato al centro di Puerto de la Cruz da un trenino gratuito che parte da Avenida de Colón, il che ti risparmia il problema del parcheggio in una città dove parcheggiare è uno sport agonistico.
Il mio consiglio? Se hai in programma anche il Siam Park, compra il biglietto combinato Twin Ticket: appartengono allo stesso gruppo e il risparmio è consistente. E arriva all’apertura, verso le nove e mezza: gli animali sono attivi la mattina e verso mezzogiorno la maggior parte dorme dietro una roccia, cosa che nessun bambino accetta come spiegazione.
Siam Park, il parco acquatico tailandese nel mezzo dell’Atlantico
Che a Costa Adeje ci fosse un parco acquatico a tema tailandese l’ho scoperto girando su una rotonda della TF-1 e vedendo spuntare un tetto a pagoda dorata dietro una collina di lava. Il Siam Park ha aperto nel 2008, occupa circa 185.000 metri quadrati ed è costato una cifra che all’epoca sembrava demenziale: la famiglia reale thailandese autorizzò formalmente l’uso dell’architettura tradizionale, e il risultato è che ti trovi a fare la fila per uno scivolo sotto tetti intagliati che sono stati realizzati in Thailandia e spediti qui via nave.
L’attrazione che tutti conoscono è la Tower of Power, uno scivolo verticale di ventotto metri che ti scarica dentro un tubo trasparente che attraversa un acquario di squali. Dura circa tre secondi ed è uno di quei tre secondi che ricordi per anni, non necessariamente con affetto. Chi ha meno interesse per la gravità può ripiegare sulla piscina a onde, che genera onde artificiali fino a tre metri, o sul fiume lento che gira intorno a tutto il parco e che è, senza esagerare, il posto migliore dell’isola dove non fare niente.
Il parco è costantemente ai primi posti nelle classifiche internazionali dei parchi acquatici, il che significa anche che in agosto le code superano l’ora sulle attrazioni principali. La stagione ideale è quella intermedia, tra ottobre e maggio, quando l’acqua è comunque riscaldata e la gente è la metà.
Il mio consiglio? Affitta una cabana all’inizio della giornata o rinuncia del tutto all’idea di avere un lettino dopo le undici. E metti la crema solare due volte: sei a ventotto gradi di latitudine, il sole picchia molto più di quanto il vento oceanico ti faccia credere, e ho visto gente rovinarsi tre giorni di vacanza in un pomeriggio.
Masca, il villaggio sospeso sulle montagne del Teno
Per arrivare a Masca si percorre una strada che è essa stessa metà dell’attrazione: dodici chilometri di tornanti scavati nella roccia del Parco Rurale di Teno, con curve dove due auto passano solo se una si ferma e con precipizi laterali che rendono superfluo qualsiasi cartello di avvertimento. Fino agli anni Sessanta a Masca si arrivava solo a piedi o a dorso di mulo, e questo spiega perché il villaggio sia rimasto esattamente com’era: una trentina di case in pietra su un crinale, terrazzamenti, palme, e sotto un canyon che scende per circa cinque chilometri fino all’oceano.
Il Barranco de Masca è la discesa a piedi più famosa delle Canarie e anche la più regolamentata. Dopo essere rimasto chiuso per anni, il sentiero è stato riaperto con un sistema di accesso a prenotazione obbligatoria, numero chiuso giornaliero, casco fornito all’ingresso e un contributo di partecipazione. La discesa richiede tra le tre e le cinque ore, il dislivello è di seicento metri e alla fine ci si trova su una spiaggia da cui si risale in barca fino a Los Gigantes, oppure si ricomincia a salire. Non è una passeggiata: sono passaggi su roccia, guadi, tratti in cui si usano le mani.
Se non hai intenzione di scendere nel canyon, Masca vale comunque la deviazione per il belvedere all’ingresso del paese e per una mezza giornata passata a camminare tra le case. C’è un paio di ristoranti che servono cucina canaria essenziale, e una chiesetta bianca che sembra messa lì da uno scenografo.
Il mio consiglio? Guida verso Masca dal lato di Santiago del Teide e non da quello di Buenavista: la salita è meno esposta e i belvedere sono sulla tua destra, quindi puoi fermarti senza attraversare. E vacci il mattino presto o dopo le quattro del pomeriggio, perché nella fascia centrale della giornata i pullman turistici occupano tutti i parcheggi disponibili, che sono all’incirca quindici.
Cueva del Viento, il tunnel lavico sotto Icod de los Vinos
Sotto i banani di Icod de los Vinos corre uno dei tunnel lavici più lunghi del mondo. La Cueva del Viento si è formata circa 27.000 anni fa durante un’eruzione del Pico Viejo: la lava superficiale si raffreddò e si solidificò formando una crosta, mentre quella all’interno continuò a scorrere e a svuotare il condotto. Il risultato è un labirinto su tre livelli sovrapposti, di cui sono stati esplorati circa diciassette chilometri, con laghi di lava solidificata, stalattiti laviche e terrazze da cui si legge il livello che il flusso raggiungeva.
La visita è possibile solo con guida e su prenotazione, dura circa due ore comprensive del trasferimento e della passeggiata di avvicinamento attraverso i terrazzamenti agricoli, e copre un tratto di circa duecento metri del livello superiore. Ti danno casco e torcia frontale, e a un certo punto la guida spegne tutte le luci per qualche secondo: quel buio è una delle poche esperienze di oscurità totale che si possono fare in Europa senza attrezzatura tecnica.
Nella grotta vivono specie di invertebrati troglobi endemiche, adattate all’assenza di luce, che sono uno dei motivi per cui l’accesso è così contingentato. Sono stati inoltre rinvenuti resti fossili di specie estinte del ratto gigante delle Canarie e della lucertola gigante di Tenerife, animali che facevano parte di quella fauna insulare fuori scala di cui si parla nei musei dell’isola.
Drago Milenario, l’albero più famoso delle Canarie
Il Drago Milenario di Icod de los Vinos è un esemplare di Dracaena draco alto una sedicina di metri, con un tronco di circa venti metri di circonferenza alla base e una chioma che si apre a ombrello in un modo che non somiglia a nessun altro albero europeo. La tradizione locale gli attribuisce mille anni, cosa che è entrata nel nome; gli studi botanici sono più prudenti e parlano di un’età compresa tra i trecento e gli ottocento anni, complicata dal fatto che le dracene non producono anelli di accrescimento annuali e quindi non si possono datare come una quercia.
Quello che rende questa pianta interessante non è però la dimensione, ma la sostanza che produce. Quando la corteccia viene incisa, la dracena secerne una resina rossa che si rapprende all’aria e che dall’antichità è nota come sangue di drago: i guanci la usavano per imbalsamare i defunti, e in Europa è stata impiegata per secoli come colorante, come medicinale e — secondo una tradizione tenace ma non documentata — nelle vernici dei liutai di Cremona.
Attorno all’albero è stato allestito il Parque del Drago, un giardino a pagamento con specie endemiche canarie e la ricostruzione di una grotta guanche, ma va detto con onestà che il Drago si vede benissimo, e gratuitamente, dalla Plaza de la Iglesia e dal belvedere di fronte alla Iglesia de San Marcos. Se stai contando i soldi, il biglietto è una spesa opzionale.
Auditorio de Tenerife, l’onda di cemento di Santa Cruz
Santiago Calatrava progettò l’Auditorio de Tenerife come una cosa sola: un guscio bianco da cui si stacca un’ala di cemento armato lunga una sessantina di metri, che si incurva sopra l’edificio e resta sospesa nel vuoto sostenendosi da sé, con un peso di circa 350 tonnellate. Inaugurato nel 2003 alla presenza dei reali di Spagna, è diventato nel giro di pochi anni il simbolo grafico di Santa Cruz de Tenerife, quello che finisce sulle cartoline e sulle targhe delle auto a noleggio.
Visto dal molo, controluce, sembra la vela di una nave o l’occhio di un cetaceo, a seconda del punto in cui ti metti. Visto da vicino, la superficie si rivela rivestita di trencadís, il mosaico di frammenti ceramici bianchi di tradizione catalana, che riflette la luce in modo diverso a ogni ora del giorno. È l’unica opera architettonica dell’isola che secondo me merita di essere guardata due volte, una di giorno e una dopo il tramonto, quando l’illuminazione notturna la stacca completamente dal buio dell’oceano.
Dentro c’è una sala sinfonica da 1.600 posti con acustica progettata per la musica non amplificata, sede dell’Orchestra Sinfonica di Tenerife, e una sala da camera da circa 400. La programmazione va dalla lirica al jazz al flamenco, e i prezzi dei biglietti sono, per gli standard italiani, quasi imbarazzanti.
Roques de García, le rocce della vecchia banconota
Nel mezzo della Caldera de Las Cañadas, a circa 2.100 metri di quota, un crinale di rocce erose emerge dal fondo pianeggiante come le rovine di qualcosa. Sono le Roques de García, e la più famosa di tutte è il Roque Cinchado: un pinnacolo dalla base sottilissima e dalla sommità larga, tenuto insieme da un equilibrio che sembra provvisorio da qualche millennio, e che i canari conoscono a memoria perché era stampato sul retro della vecchia banconota da mille pesetas.
Il sentiero numero 3 gira intorno all’intero gruppo roccioso: circa 3,5 chilometri, un dislivello di duecento metri, due ore con calma. La prima metà è pianeggiante e comoda; poi il percorso scende sul bordo del Llano de Ucanca — una piana di sedimenti chiari che, vista da lassù, sembra un lago prosciugato — e la risalita finale si fa sentire, perché a duemila metri il fiato arriva prima di quanto ti aspetti. Le formazioni che attraversi hanno colori che vanno dall’ocra al viola al nero, e la Catedral, un monolito di un’ottantina di metri, è il punto in cui la maggior parte delle persone si ferma senza volerlo.
C’è un parcheggio grande di fronte al Parador de las Cañadas del Teide, l’unico albergo dentro il parco, e da lì il sentiero parte direttamente. Il parcheggio si riempie entro le dieci del mattino.
Il mio consiglio? Se hai poco tempo, fai solo i primi ottocento metri fino al belvedere sul Roque Cinchado e torna indietro: vedi il novanta per cento di quello che c’è da vedere con il dieci per cento della fatica. Se invece resti fino al tramonto, il Parador è anche un punto di osservazione astronomica: il cielo sopra il Teide è tra i più bui e limpidi dell’emisfero settentrionale, ed è per questo che l’osservatorio astrofisico si trova a Izaña, pochi chilometri più a est.
Basilica di Nuestra Señora de la Candelaria, il santuario delle Canarie
La Basilica di Nuestra Señora de la Candelaria si affaccia su una grande piazza aperta verso l’oceano, nel comune di Candelaria, e ospita l’immagine della patrona di tutto l’arcipelago canario. L’edificio che vedi oggi è recente — fu costruito tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Cinquanta del Novecento — ma la devozione è molto più antica: la tradizione fa risalire al Trecento il ritrovamento sulla spiaggia, da parte di due pastori guanci, di una statua della Vergine che venne venerata dagli aborigeni prima ancora dell’arrivo dei conquistatori spagnoli.
È un dettaglio storico che vale la pena tenere a mente mentre si guarda la facciata, perché spiega una particolarità di quest’isola: la cristianizzazione qui non cancellò completamente il culto precedente, ci si sovrappose. L’immagine originale andò perduta in una mareggiata nel 1826 e quella attuale è una ricostruzione ottocentesca.
Davanti alla basilica, allineate sul lungomare della Plaza de la Patrona de Canarias, ci sono le nove statue in bronzo dei Menceyes, i re guanci che governavano gli altrettanti regni in cui era divisa Tenerife al momento della conquista. Sono opera dello scultore José Abad e furono collocate qui nel 1993: figure alte oltre tre metri, con lance e mantelli di pelle, che guardano il mare da cui arrivarono gli spagnoli. L’effetto, con l’oceano che frange sugli scogli alle loro spalle, è più forte di quanto la parola “monumento” lasci immaginare.
Il mio consiglio? Se sei sull’isola a metà agosto, la notte tra il 14 e il 15 la Fiesta de la Virgen de Candelaria porta qui decine di migliaia di pellegrini, molti dei quali arrivano a piedi da tutta l’isola lungo il Camino Viejo de Candelaria. È una cosa a cui vale la pena assistere, ma sappi che quella notte trovare parcheggio a meno di tre chilometri è un’impresa: conviene arrivare in autobus da Santa Cruz.
Carnevale di Santa Cruz de Tenerife, il secondo del mondo
Ogni febbraio Santa Cruz de Tenerife si trasforma in una città che non esiste negli altri undici mesi. Il Carnevale locale è dichiarato Festa di Interesse Turistico Internazionale dal 1980, la città è gemellata con Rio de Janeiro proprio per questo motivo, ed è generalmente considerato il secondo carnevale più grande del mondo dopo quello brasiliano. Nel 1987 un concerto all’aperto della Plaza de España con Celia Cruz raccolse circa 250.000 persone ed entrò nel Guinness dei primati come il più grande raduno all’aperto per un evento carnevalesco.
Le radici sono seicentesche, legate ai primi decenni della colonizzazione spagnola, e la struttura della festa si è consolidata nel tempo intorno a due momenti. Il primo è l’elezione della Reina del Carnaval, che sfila con costumi che possono pesare più di duecento chili e vanno montati su carrelli con ruote, in una gara che è a tutti gli effetti una competizione sartoriale con anni di lavoro alle spalle. Il secondo è il Coso, la grande sfilata del martedì lungo l’Avenida Marítima, con comparse, murgas e carri.
Ogni edizione ha un tema, e la parte che preferisco non è nessuna delle due ufficiali: è il Entierro de la Sardina, il funerale della sardina, una parodia funebre in cui migliaia di persone vestite da vedove piangono in maniera plateale una sardina di cartapesta che viene poi bruciata sul lungomare. È surreale, è irriverente, ed è il momento in cui capisci che questa festa la fanno per sé stessi, non per te.
Aqualand Costa Adeje, il parco acquatico per le famiglie
A poche centinaia di metri dal Siam Park, sulla stessa collina che domina Costa Adeje, c’è il secondo parco acquatico dell’isola, e la differenza tra i due si riassume così: uno è progettato per farti gridare, l’altro per farti passare la giornata. L’Aqualand Costa Adeje ha una trentina tra scivoli, piscine e attrazioni distribuiti su una superficie più contenuta, con una zona per i bambini piccoli piuttosto ampia e alberata, e prezzi generalmente inferiori.
Le attrazioni più impegnative sono i kamikaze e gli scivoli a spirale, che restano nella fascia dell’adrenalina moderata, mentre la parte più frequentata dalle famiglie italiane è il complesso di vasche poco profonde con giochi d’acqua, funghi e piccoli scivoli, dove i bambini sotto i sei anni possono muoversi senza che tu debba stargli addosso.
Il parco ospita anche un delfinario con spettacoli quotidiani, che è insieme il suo principale richiamo commerciale e il suo aspetto più discusso: come per il Loro Parque, è una scelta su cui è giusto informarsi prima di comprare il biglietto piuttosto che trovarsi davanti al fatto compiuto.
Il mio consiglio? Se hai bambini sotto gli otto anni, l’Aqualand è probabilmente la scelta migliore tra i due parchi: costa meno, si gira in mezza giornata e non passerai il tempo a spiegare perché non possono salire su un certo scivolo. Se invece viaggi con adolescenti, salta direttamente al Siam Park, perché qui si annoieranno intorno alle tre del pomeriggio.
Lago Martiánez, la piscina oceanica di César Manrique
Puerto de la Cruz ha un problema strutturale: sta sulla costa nord, dove l’Atlantico arriva senza filtri e le poche spiagge di sabbia nera sono spesso ingovernabili. Negli anni Settanta la città chiamò César Manrique — l’artista di Lanzarote che ha definito l’estetica di tutto l’arcipelago — e gli chiese di risolverlo. La risposta, aperta nel 1977, è il Lago Martiánez: un complesso di piscine di acqua di mare su circa 33.000 metri quadrati, incastonato tra il centro città e la scogliera.
Manrique lavorò con i materiali dell’isola invece che contro di essi. Il risultato è una serie di vasche dai bordi curvi, isolotti di roccia vulcanica nera, palme, prati e sculture cinetiche bianche che ruotano col vento, il tutto costruito in modo che dall’acqua tu non veda quasi mai il confine tra la piscina e l’oceano. Al centro c’è il lago principale, con getti d’acqua e una struttura circolare che ospita un ristorante. È un progetto che ha oltre quarantacinque anni e che continua a sembrare più moderno della maggior parte di quello che è stato costruito dopo.
Il biglietto d’ingresso è di pochi euro e comprende l’uso di tutte le vasche; lettini e ombrelloni si pagano a parte. Nei giorni di mare grosso le onde scavalcano il muro perimetrale e riempiono le piscine di schiuma, cosa che i bambini considerano il momento migliore della vacanza e i genitori generalmente no.
Il mio consiglio? Vacci nel tardo pomeriggio, verso le cinque, quando i gruppi organizzati sono andati via. L’ingresso costa uguale, il sole di Puerto de la Cruz a quell’ora è perfetto, e dai bordi del complesso si vede il Teide che si accende di rosa sopra la città. È una delle poche viste in cui l’isola ti mostra insieme le sue due facce.
Montaña Roja, il cono rosso di El Médano
Tra El Médano e la Playa de La Tejita si alza un cono vulcanico di 171 metri il cui colore, un ocra intenso che vira al rosso nelle ore basse, non ha niente a che vedere con il nero del resto della costa: è dovuto all’ossidazione del ferro nei materiali piroclastici. La Montaña Roja è una Riserva Naturale Speciale, protetta per la sua vegetazione alofila e per le colonie di uccelli che vi nidificano, e la sua sagoma è il punto di riferimento visivo di tutto il sud-est dell’isola.
Il sentiero che porta in cima parte dal parcheggio all’estremità della Playa de La Tejita e richiede una quarantina di minuti di salita non tecnica ma esposta al vento, che qui soffia praticamente sempre. Dalla vetta si vede l’intera costa meridionale, l’aeroporto di Tenerife Sud con gli aerei che si allineano in avvicinamento, e nelle giornate limpide il profilo di Gran Canaria a una sessantina di chilometri di distanza. Alle spalle, il Teide.
Ai piedi della montagna, sul lato di El Médano, c’è un sistema di dune sabbiose — cosa rara a Tenerife, dove la sabbia chiara scarseggia — che fa parte della stessa riserva e che va attraversato restando sui camminamenti segnalati.
Il mio consiglio? Sali un’ora prima del tramonto e porta un frontalino per la discesa. Il vento cala, la luce fa esattamente quello che ti aspetti che faccia su una montagna rossa, e dall’alto si vedono i kitesurfisti di El Médano che smontano gli aquiloni sulla spiaggia. Evita invece le ore centrali di luglio e agosto: non c’è un centimetro d’ombra su tutto il percorso.
Pirámide de Arona, il teatro a punta del sud
Nello skyline piatto e un po’ anonimo di Playa de las Américas c’è un edificio che non si può confondere: una piramide bianca a base quadrata, con l’ingresso a triangolo, che si vede da chilometri di distanza risalendo la costa. È la Pirámide de Arona, un auditorium da oltre 1.700 posti costruito nel comune di Arona a pochi minuti a piedi dalla spiaggia.
È stata concepita per un unico spettacolo e per anni ne ha ospitato quasi solo uno: una produzione di danza e musica di grandi dimensioni, con orchestra dal vivo e decine di ballerini, pensata per il pubblico internazionale della zona sud. Oggi la programmazione si è allargata a festival di ballo, gala di flamenco, concerti e produzioni ospiti, e resta il principale spazio per spettacoli di grande formato di tutta la parte meridionale dell’isola.
L’edificio in sé, va detto, non è un capolavoro: la piramide è un gesto architettonico da cartolina più che da manuale, e di giorno l’effetto è quello di un centro congressi con velleità egizie. Di sera, illuminata, funziona molto meglio. Il vero motivo per cui la cito è che risolve un problema pratico: se sei nel sud e piove — cosa che qui capita raramente ma capita — o se semplicemente non hai voglia della quinta serata consecutiva in un pub, questa è l’alternativa più a portata di mano.
Città principali di Tenerife
Se il Teide è il centro geografico dell’isola, le città sono disposte tutte intorno lungo il bordo, in una specie di collana che alterna capoluoghi amministrativi, antichi porti decaduti, borghi coloniali e resort nati dal nulla negli anni Sessanta. La differenza tra il nord e il sud è così netta da sembrare politica: a nord case in pietra, banani, umidità, nuvole e spagnolo; a sud cemento chiaro, palme irrigate, sole perpetuo e tutte le lingue d’Europa.
Ho messo le città in quest’ordine seguendo un criterio semplice: quante ore vale la pena passarci. Vale però la pena dire subito che, se hai una settimana, il nord dell’isola merita almeno la metà del tuo tempo, nonostante il novanta per cento degli hotel sia dall’altra parte.
Santa Cruz de Tenerife, la capitale che non fa la turista
Santa Cruz de Tenerife ha circa 210.000 abitanti, è capoluogo dell’isola e cocapitale delle Canarie insieme a Las Palmas, ed è una città portuale vera, con le gru, i container e gli uffici delle compagnie di navigazione a duecento metri dal centro. Questa è la sua qualità principale: non è stata costruita per te. La gente che cammina per la Calle del Castillo alle nove del mattino sta andando in ufficio, non a fare snorkeling, e il rapporto qualità-prezzo di qualsiasi cosa tu compri lo riflette immediatamente.
Il fulcro urbano è la Plaza de España, ridisegnata nel 2008 dallo studio Herzog & de Meuron con un grande lago artificiale poco profondo di acqua di mare, che nelle giornate senza vento riflette l’intera piazza. Da lì si vede l’Auditorio de Tenerife sulla destra e si entra nella zona commerciale pedonale. Poco più a nord si apre il Parque García Sanabria, inaugurato nel 1926 e ancora oggi il più grande parco urbano delle Canarie: seimila e passa metri quadrati di specie tropicali, sculture contemporanee installate a partire dagli anni Settanta, laghetti con rane e pappagalli, e il celebre orologio floreale donato dalla Danimarca, fatto di piante vive e regolarmente ricomposto dai giardinieri.
Il museo da non saltare è il Museo di Storia Naturale, ospitato nell’ex ospedale civile, che conserva una delle collezioni di mummie guanci più importanti al mondo insieme a fossili della fauna endemica estinta — compreso il famoso gigantismo insulare che qui produsse lucertole e roditori fuori scala. Sul lungomare occidentale, il Castillo de San Juan, che i locali chiamano castello nero, è ciò che resta del sistema difensivo seicentesco impostato sulle fortificazioni progettate per le Canarie dall’ingegnere cremonese Leonardo Torriani: è da queste batterie che il 25 luglio 1797 la città respinse l’attacco britannico durante il quale l’ammiraglio Nelson perse il braccio destro.
Il mio consiglio? Dedica a Santa Cruz un giorno intero e pranza al Mercado de Nuestra Señora de África, il mercato coperto in stile coloniale: i banchi del pesce hanno un piccolo bancone dove ti cucinano quello che hai appena scelto, e costa una frazione di qualsiasi ristorante del sud.
Puerto de la Cruz, la prima località turistica delle Canarie
Puerto de la Cruz è la città che ha inventato il turismo alle Canarie. Già a fine Settecento i naturalisti europei ci arrivavano per studiare la flora della Valle de La Orotava — Alexander von Humboldt vi passò nel 1799 e lasciò pagine entusiaste sul panorama — e a metà Ottocento gli inglesi ci costruivano gli alberghi per svernare. Il risultato è una città con una struttura urbana che nessuna delle località del sud possiede: strade strette, piazze ombreggiate, case a due piani con balconi di legno, e un porticciolo di pescatori ancora in funzione.
La costa qui è ripida e nera. La spiaggia storica del centro è la Playa San Telmo, piccola, incassata tra la scogliera e le case; accanto sorgono il Castillo San Felipe, fortino seicentesco costruito contro le incursioni dei pirati e oggi usato come spazio espositivo, e soprattutto il Lago Martiánez, che ha risolto una volta per tutte la questione del bagno in una città dove l’oceano è quasi sempre agitato. All’estremità occidentale del lungomare c’è il Loro Parque, collegato al centro da un trenino gratuito.
Quello che mi fa tornare qui, però, non è nessuna di queste cose: è il clima. Puerto de la Cruz sta sotto il versante nord, quello che intercetta gli alisei, e ha una luce diversa da tutto il resto dell’isola — più morbida, spesso filtrata, con nuvole che entrano dalla montagna nel pomeriggio e se ne vanno un’ora dopo. Le buganvillee ci crescono in modo indecente. Le sere sono fresche.
Il mio consiglio? Cerca un alloggio nella parte vecchia, intorno alla Plaza del Charco, e non sul lungomare degli hotel. Alla sera la piazza si riempie di famiglie del posto, i bar mettono i tavoli sotto i lauri d’India centenari, e per un paio d’ore hai l’impressione piuttosto rara di essere in una città spagnola qualsiasi anziché in una destinazione.
San Cristóbal de La Laguna, la città Patrimonio dell’Umanità
San Cristóbal de La Laguna, che tutti chiamano semplicemente La Laguna, è stata dichiarata Patrimonio dell’Umanità UNESCO nel 1999, e la ragione è meno visibile di quanto ci si aspetti da un centro storico. Fondata nel 1496 da Alonso Fernández de Lugo subito dopo la conquista, La Laguna fu la prima città coloniale spagnola progettata senza mura, su una pianta a scacchiera regolare disegnata a tavolino. Quello schema — strade rettilinee, isolati quadrati, piazze inserite nella griglia — divenne il modello urbanistico esportato in tutta l’America Latina: L’Avana, Cartagena e Lima discendono da qui. Cammini per una città normale, e stai in realtà camminando dentro il prototipo di un continente.
Il centro si attraversa a piedi in un paio d’ore. La Plaza del Adelantado è il punto di partenza, con il Palacio Salazar, edificio seicentesco oggi sede vescovile, e i palazzi delle famiglie che governavano l’isola. Da lì si risale verso la Cattedrale di San Cristóbal, la cui facciata neoclassica nasconde un interno neogotico rimaneggiato nel Novecento, e verso la Chiesa di Nuestra Señora de la Concepción, la più antica della città, con la torre campanaria cinquecentesca da cui si abbraccia tutto il tessuto urbano. Il Museo di Storia e Archeologia, ospitato in una casa padronale del Cinquecento, ricostruisce cinque secoli di rapporti tra l’isola e l’Atlantico.
Poi c’è l’Università di Tenerife, fondata alla fine del Settecento, che riempie la città di ventimila e passa studenti e le dà un’energia che nessun altro centro storico dell’isola possiede. È anche il motivo per cui qui si mangia e si beve bene a prezzi da mensa universitaria.
Costa Adeje, il lato in cui si viene per stare bene
Costa Adeje occupa la punta sud-occidentale dell’isola e non ha praticamente storia: quarant’anni fa qui c’erano piantagioni di pomodori e un paio di ranch. Oggi è la zona più cara di Tenerife, quella dove si concentrano gli hotel a cinque stelle, i campi da golf, i ristoranti con stella e i due grandi parchi acquatici dell’isola, il Siam Park e l’Aqualand. Se ti aspetti autenticità, sei nel posto sbagliato in modo abbastanza spettacolare.
Se invece quello che cerchi è una settimana in cui tutto funziona, funziona molto bene. Le spiagge sono state costruite e sono mantenute con cura: Playa del Duque, davanti agli alberghi più esclusivi, ha sabbia chiara e docce ogni cinquanta metri; Playa de Fañabé prosegue verso nord per oltre un chilometro con un lungomare pedonale continuo che arriva fino a Playa de las Américas, quattro chilometri più in là, e che si percorre a piedi la sera passando davanti a un numero di gelaterie che definirei generoso.
L’altra cosa che Costa Adeje offre, e che spesso viene dimenticata, è la posizione. Da qui sei a venticinque minuti da Los Gigantes, a quaranta dal Teide passando per Vilaflor, a un’ora da Masca. È la base logistica più comoda dell’isola se hai un’auto e intendi usarla.
La Orotava, la città dei balconi di legno
La Orotava sta a circa 390 metri di quota, su un pendio così ripido che le sue strade principali sembrano scale, e domina la valle omonima che i naturalisti dell’Ottocento consideravano uno dei panorami più belli del mondo. È la città più aristocratica di Tenerife: qui si erano insediate le famiglie che controllavano il commercio dello zucchero e poi del vino, e i loro palazzi sono ancora tutti in piedi lungo la Calle San Francisco.
Il più celebre è la Casa de los Balcones, costruita nel 1632, un edificio a due piani con un cortile interno di legno di tea intagliato e balconate su tutti e quattro i lati. È diventata l’immagine simbolo dell’architettura tradizionale canaria, e oggi ospita un piccolo museo etnografico e un laboratorio di ricamo dove le artigiane lavorano davanti ai visitatori. Poco distante, i Giardini della Vittoria salgono lungo il pendio in una serie di terrazze scalinate che culminano in un mausoleo di marmo, offrendo una delle viste migliori sulla valle e sull’oceano.
La Chiesa di Nuestra Señora de la Concepción, con la sua facciata barocca a due torri e la cupola, è considerata l’esempio più compiuto di barocco delle Canarie. Ma la cosa per cui questa città è davvero famosa è un’altra: il Museo dei tappeti floreali documenta la tradizione del Corpus Domini, quando le strade del centro vengono ricoperte da tappeti effimeri realizzati con petali di fiori e, nel caso del grande tappeto della Plaza del Ayuntamiento, con sabbie vulcaniche colorate raccolte direttamente nel Parco Nazionale del Teide. Ci lavorano per settimane, e vengono distrutti dalla processione nel giro di un’ora.
Il mio consiglio? Se capiti a Tenerife tra fine maggio e giugno, verifica la data del Corpus di La Orotava e riorganizza il programma per esserci. Se invece vieni fuori stagione, sali comunque fino al Mirador de Humboldt sulla strada per La Orotava: è il punto esatto da cui il naturalista tedesco guardò la valle nel 1799, ed è tuttora l’inquadratura migliore.
Icod de los Vinos, l’albero e il vino
Icod de los Vinos è nota in tutto il mondo per un albero, il Drago Milenario, e questo è un po’ ingiusto nei confronti di tutto il resto. La città sta sul versante nord, tra il mare e i primi contrafforti del Teide, ed è circondata da terrazzamenti di banani e da vigneti che le hanno dato il nome: il malvasía prodotto qui veniva esportato in Inghilterra già nel Cinquecento e compare, con toni entusiastici, in un paio di commedie elisabettiane.
Il centro storico è raccolto e piacevolmente non restaurato. La Plaza Andrés de Lorenzo Cáceres, ombreggiata da grandi alberi, è il punto da cui si fotografa il Drago con la Chiesa di San Marcos sullo sfondo; la chiesa, cinquecentesca, custodisce una croce d’argento filigranato di manifattura coloniale considerata tra le più notevoli dell’arcipelago. Il Museo Guanche raccoglie testimonianze sulla popolazione aborigena, comprese ricostruzioni delle pratiche funerarie e degli utensili, mentre il Museo del Platano — piccolo, un po’ naif e sorprendentemente istruttivo — racconta la monocoltura che ha plasmato l’economia del nord dell’isola per più di un secolo.
Sotto la città, a pochi minuti di macchina, si aprono l’ingresso della Cueva del Viento e la discesa verso la spiaggia di San Marcos, un’insenatura di sabbia nera protetta da due promontori. Icod è anche il punto da cui si imbocca la strada per il Parco Rurale di Teno e, di conseguenza, per Masca.
Il mio consiglio? Fermati a mangiare in una guachinche dei dintorni di Icod. Sono locali stagionali nati per vendere il vino della propria vendemmia, con menù di tre o quattro piatti scritti a mano e nessuna pretesa: costolette di maiale, carne fiesta, papas arrugadas con mojo, e vino sfuso servito in caraffa. È la cosa più vicina a mangiare a casa di qualcuno che troverai su quest’isola.
Garachico, la città che il vulcano ha punito
Fino al 1706 Garachico era il porto più importante di Tenerife: da qui partiva il vino verso l’Europa e le Americhe, e la città era di gran lunga la più ricca dell’isola. Poi, il 5 maggio di quell’anno, si aprì una bocca eruttiva sul monte Trevejo e la colata scese fino al mare seppellendo il porto, distruggendo gran parte dell’abitato e cancellando in poche ore due secoli di prosperità. Il commercio si spostò a Puerto de la Cruz e Garachico non si riprese mai più. È un posto malinconico e bellissimo, e la lava che l’ha rovinata è oggi la ragione per cui ci vai.
Perché quella colata, raffreddandosi contro l’oceano, ha creato El Caletón: un sistema di piscine naturali di roccia nera, collegate tra loro da passaggi e canali, che si riempiono con la marea e in cui si fa il bagno in acqua di mare filtrata dalla lava. Ci sono scalette metalliche, un lungomare attrezzato e nessuna sabbia. Con il mare mosso le piscine vengono chiuse, e ha senso rispettare il divieto.
Il resto del centro storico è sopravvissuto sul lato orientale. La Plaza de la Libertad, circondata da palme e dominata dal chiosco della banda musicale, è la piazza più fotogenica del nord dell’isola. Il Castillo de San Miguel, fortino cinquecentesco a pianta quadrata, resistette alla colata perché la lava lo aggirò, e dalla sua terrazza si vede bene il Roque de Garachico, l’isolotto di roccia scura che sta a poche centinaia di metri dalla costa ed è oggi riserva naturale per le colonie di uccelli marini che vi nidificano.
Il mio consiglio? Vieni a Garachico in una giornata di mare calmo e porta scarpette di gomma: gli scogli di El Caletón sono taglienti e i ricci sono numerosi. Poi siediti in uno dei ristoranti sulla piazza, ordina pesce del giorno e guarda quanto poco succede. È esattamente il punto.
Candelaria, il pellegrinaggio e le statue sul mare
Candelaria è a una ventina di chilometri da Santa Cruz lungo la costa orientale, e per gli abitanti delle Canarie non è una meta turistica: è il posto dove si va. Il santuario della patrona dell’arcipelago, la Basilica di Nuestra Señora de la Candelaria, ne fa il principale centro di pellegrinaggio delle isole, e attorno a questa funzione la cittadina ha costruito tutto il resto — la grande piazza sull’oceano, i portici, i negozi di souvenir religiosi e le pasticcerie.
Davanti alla basilica, allineate lungo il parapetto che dà sugli scogli, ci sono le nove statue in bronzo dei Mencey, i re guanci: sono la cosa che ricorderai. Poco più in alto, su una scogliera che domina l’abitato, si trova l’Eremo di San Blas, uno degli edifici religiosi più antichi della zona, mentre il centro conserva due piccoli musei che vale la pena di infilare in mezz’ora: la Casa Cabildo, dedicata alla storia locale, e la Casa de las Miquelas, laboratorio-museo della ceramica tradizionale realizzata a mano senza tornio, secondo una tecnica di origine aborigena che qui è sopravvissuta.
Le spiagge di Candelaria sono di sabbia nerissima, con l’acqua che si fa profonda in fretta e le onde che arrivano dritte dall’oceano: sono spiagge da locali, non da resort. Dal centro parte anche il Camino Viejo de Candelaria, il vecchio sentiero di pellegrinaggio che risale verso La Laguna e che oggi è percorso a piedi tutto l’anno, non solo ad agosto.
El Médano, il paese del vento
El Médano è l’unico posto di Tenerife dove il vento non è un inconveniente ma la ragione per cui la gente ci viene. La cittadina sta sulla costa sud-orientale, tra l’aeroporto di Tenerife Sud e la Montaña Roja, in una zona dove gli alisei accelerano incanalandosi tra le montagne e producono condizioni che i windsurfisti descrivono come tra le migliori d’Europa. Qui si sono disputate tappe di coppe del mondo, e sull’acqua c’è quasi sempre qualche decina di vele e di aquiloni.
Il paese ha mantenuto un’aria informale che nel sud dell’isola è rara: niente grattacieli alberghieri, molti appartamenti, una passeggiata sul mare, ristoranti con i tavoli sulla sabbia e un pubblico internazionale ma sportivo — gente con la muta arrotolata in vita che beve una birra alle sei di sera. La spiaggia di El Médano è larga, dorata e lunga oltre un chilometro; poco oltre, girando la Montaña Roja, si apre la Playa de La Tejita.
Se non fai sport acquatici, El Médano ha comunque due cose da offrire: la scalata alla Montaña Roja e le migliori condizioni dell’isola per stare all’aperto quando altrove fa troppo caldo, perché il vento tiene la temperatura percepita costantemente sotto i trenta gradi anche in agosto.
Le migliori spiagge di Tenerife
Con oltre 340 chilometri di costa e una settantina di spiagge censite, Tenerife offre una scelta più ampia di quanto la sua fama lasci intendere — ma con un dettaglio che conviene sapere prima di partire: gran parte della sabbia di quest’isola è nera. È sabbia vulcanica, e a chi se lo aspetta bianco produce un piccolo shock il primo giorno. Scalda parecchio nelle ore centrali, si attacca meno alla pelle di quanto pensi, e sott’acqua produce un colore verde-turchese che la sabbia chiara non dà.
La divisione è geografica e netta. Il sud, protetto dagli alisei, ha mare calmo, sole quasi garantito e spiagge in buona parte create o ampliate artificialmente per il turismo. Il nord ha spiagge naturali, onde vere e correnti che vanno prese sul serio: sono più belle e più impegnative. In mezzo c’è la costa orientale, con qualche insenatura frequentata soprattutto dai residenti.
Playa de las Teresitas, la sabbia del Sahara
A sette chilometri da Santa Cruz de Tenerife, nel villaggio di pescatori di San Andrés, si apre la spiaggia più fotografata dell’isola e anche la più anomala. Playa de las Teresitas non ha sabbia nera perché non ha sabbia locale: negli anni Settanta ne furono importate diverse centinaia di migliaia di tonnellate dal Sahara occidentale, e furono costruiti frangiflutti al largo per impedire all’oceano di riportarsela via. Il risultato, un chilometro e trecento metri di sabbia dorata e acqua ferma color turchese, è a tutti gli effetti un’opera di ingegneria travestita da paradiso.
Funziona benissimo. Le palme piantate lungo tutto il retrospiaggia danno ombra vera, le acque interne alla barriera sono basse e senza onde, e questo la rende la spiaggia migliore dell’isola se viaggi con bambini piccoli. Ci sono docce, bagni, sorveglianza nei mesi principali e alcuni chiringuiti, ma niente resort alle spalle: il paesaggio dietro è la montagna di Anaga, brulla e verticale.
Nei giorni feriali è tranquilla; la domenica diventa la spiaggia della città, con famiglie di Santa Cruz che arrivano con tavoli, sedie e sistemi audio. Il parcheggio principale è a pagamento e si riempie, ma gli autobus urbani da Santa Cruz arrivano fin qui con corse frequenti.
Il mio consiglio? Sali fino al Mirador de las Teresitas, sulla strada che prosegue verso Igueste, prima di scendere in spiaggia: la vista dall’alto sull’arco dorato con la montagna nera alle spalle è una delle immagini che ti resteranno di Tenerife.
Playa de las Américas, la spiaggia della vita notturna
Playa de las Américas, nel comune di Arona, è l’epicentro del turismo di massa del sud e non ha alcuna intenzione di scusarsi per questo. È una successione di spiagge attrezzate — Playa del Camisón, Playa de Troya, Playa del Bobo — separate da moli e collegate da un lungomare pedonale che prosegue senza interruzioni verso Costa Adeje da un lato e Los Cristianos dall’altro, per complessivi sei o sette chilometri percorribili a piedi.
La sabbia è scura e in gran parte riportata, il mare è protetto e calmo, i servizi sono ovunque: lettini, ombrelloni, scuole di sport acquatici, bar, e una densità di ristoranti che rende impossibile fare due passi senza che qualcuno ti mostri un menù. Alle spalle si allineano gli alberghi degli anni Settanta e Ottanta insieme a quelli nuovi, e più indietro ancora la zona della Verónicas, che è il centro nevralgico della vita notturna dell’isola: discoteche, pub, karaoke, e un pubblico prevalentemente britannico che a Tenerife arriva da mezzo secolo.
È adatta a chi vuole tutto a portata di mano e a chi viaggia in gruppo. È molto meno adatta a chi cerca tranquillità: la sovrapposizione tra spiaggia, passeggio e locali è totale, e il rumore di fondo non si spegne mai del tutto.
Il mio consiglio? Se vuoi la comodità della zona senza il caos, spostati di venti minuti a piedi verso sud fino a Playa del Camisón, che è la più ordinata e la più riparata dal vento di tutto il tratto, oppure verso Los Cristianos, dove il porto rende l’acqua ancora più ferma.
Playa de La Tejita, il chilometro selvaggio del sud
Ai piedi della Montaña Roja, tra El Médano e Costa del Silencio, si stende una delle poche spiagge naturali e non urbanizzate del sud di Tenerife. Playa de La Tejita è lunga circa un chilometro, ha sabbia dorata e grossolana, e alle spalle non ha nulla: nessun albergo, nessuna palazzina, solo il cono rosso della montagna e la riserva naturale che la protegge da qualsiasi costruzione.
Il prezzo di questa bellezza è il vento, che qui soffia quasi tutti i giorni e da metà mattina in poi solleva sabbia. Chi viene attrezzato con un paravento se la gode; chi arriva con l’asciugamano e basta, dopo un’ora si sposta. Anche il mare è più mosso che nel resto del sud, con onde e a volte correnti laterali, il che rende La Tejita popolare tra i surfisti e meno indicata per bambini molto piccoli. L’estremità orientale, sotto la Montaña Roja, è frequentata da naturisti.
Ci sono un parcheggio ampio e un paio di chiringuiti stagionali, ma i servizi si fermano lì. È il tipo di spiaggia dove porti l’acqua da casa.
Spiaggia di El Médano, dove non ci si annoia mai
La spiaggia di El Médano è la più lunga di Tenerife: oltre un chilometro di sabbia dorata che parte dal paese e prosegue verso la Montaña Roja, divisa in tratti dai piccoli promontori rocciosi. È anche l’unica dell’isola dove passi metà del tempo a guardare gli altri, perché la baia è costantemente attraversata da windsurf e kitesurf che si incrociano a velocità considerevole.
L’acqua è pulita e non particolarmente profonda vicino a riva, il che rende possibile fare il bagno anche con vento sostenuto, purché tu resti nella zona segnalata e fuori dai corridoi riservati agli sport acquatici. La parte davanti al centro abitato è la più protetta e ha bar, docce, servizi e bandiera blu, con il paese alle spalle a due passi: puoi passare dal telo al tavolino di un ristorante in un minuto.
Le scuole di windsurf e kitesurf sono numerose e organizzate, con noleggio dell’attrezzatura e corsi che partono anche per una sola giornata. Chi non vuole bagnarsi trova comunque un lungomare pedonale di alcuni chilometri che collega tutti i tratti di spiaggia.
Playa de San Marcos, la baia nera di Icod
Sotto Icod de los Vinos, in fondo a una strada che scende tra i banani, si apre una baia semicircolare chiusa tra due promontori scuri. Playa de San Marcos è una spiaggia di sabbia nera fine, lunga qualche centinaio di metri, con un lungomare basso e una manciata di ristoranti di pesce che sono la ragione per cui i tinerfeñi ci vengono la domenica.
Essendo sulla costa nord, il mare qui non è mai completamente prevedibile: nelle giornate calme è una piscina protetta e l’insenatura la ripara bene, ma quando l’oceano si alza le onde entrano nella baia e la bandiera diventa rossa. C’è sorveglianza nei mesi principali, e ha senso guardare quella bandiera prima di entrare, perché le correnti di ritorno nel nord dell’isola non sono un dettaglio folkloristico.
È una spiaggia da mezza giornata, senza pretese e senza turismo organizzato, dove la sabbia nera scalda molto e le infradito servono davvero. Il parcheggio è limitato e si riempie presto nei fine settimana.
Il mio consiglio? Combina San Marcos con la visita al Drago Milenario e alla Cueva del Viento nella stessa giornata: sono tutti nel raggio di pochi chilometri. E pranza in uno dei ristoranti sul lungomare ordinando il pesce a peso, come fanno i locali, invece dei menù turistici.
Playa San Telmo, il bagno nel centro di Puerto de la Cruz
Playa San Telmo è piccola, incassata tra la scogliera e le case di Puerto de la Cruz, e per larga parte della giornata è più una piattaforma sull’oceano che una spiaggia vera e propria: alcune insenature di sabbia nera tra le rocce, un lungomare in pietra vulcanica e le onde che frangono contro il muro con una regolarità che, dopo un po’, diventa ipnotica.
Il suo valore non sta nella balneazione — che qui è possibile solo con mare molto calmo e va valutata giorno per giorno — ma nella posizione. Sei nel cuore del centro storico, a pochi passi dalla Plaza del Charco e dal Castillo San Felipe, con il Lago Martiánez a poche centinaia di metri lungo lo stesso lungomare. Accanto sorge la Ermita de San Telmo, la cappella bianca dei pescatori da cui la spiaggia prende il nome.
È il posto dove i residenti di Puerto de la Cruz vengono a fare due passi al tramonto, con l’oceano che si scurisce e le luci del paese che si accendono alle spalle. Se vuoi un’idea di come sia la costa nord senza addentrarti nelle spiagge selvagge, questo è il modo più comodo.
Dove dormire a Tenerife
La scelta principale è una sola e condiziona tutte le altre: nord o sud. Non è questione di gusto ma di meteorologia. Il sud ha più sole, meno nuvole, mare più calmo; il nord è più verde, più autentico, più economico, con un cielo che nel pomeriggio si copre spesso. Chi viene per stare in spiaggia sceglie di dormire a Tenerife sud e non se ne pente; chi viene per girare l’isola dorme a nord, o si divide la settimana.
Nella fascia meridionale, dormire a Costa Adeje significa la zona più curata e più cara: hotel di categoria alta, spiagge mantenute, i due parchi acquatici vicini e una base eccellente per il Teide e Los Gigantes. Accanto, dormire a Playa de las Américas costa meno e offre lo stesso mare con un contorno molto più rumoroso: perfetto a vent’anni, meno a quaranta con dei bambini. Il compromesso che consiglio più spesso è dormire a Los Cristianos, paese vero con un porto in funzione, spiagge riparate, prezzi intermedi e i traghetti per La Gomera a portata di mano. Chi fa sport acquatici o cerca un’atmosfera meno costruita preferirà dormire a El Médano: appartamenti invece di grandi hotel, molto vento e silenzio dalle undici in poi.
A nord, dormire a Puerto de la Cruz resta il miglior rapporto qualità-prezzo dell’isola, con centro storico, ristoranti a prezzi normali e posizione centrale verso La Orotava, Icod, Garachico e la strada del Teide; in cambio accetti qualche pomeriggio nuvoloso. Poco più in alto, dormire a La Orotava aggiunge la vista sulla valle e prezzi più bassi, ma serve l’auto per tutto.
Per la vita cittadina, dormire a Santa Cruz de Tenerife dà porto, musei, mercati e il tram per La Laguna; dormire a La Laguna aggiunge il centro storico Patrimonio dell’Umanità e l’energia universitaria, con sere fresche e mattine nuvolose a cinquecentocinquanta metri di quota.
Restano le opzioni per chi cerca il silenzio: dormire a Garachico, borgo storico affacciato sulle piscine naturali di El Caletón; dormire a Icod de los Vinos, a due passi dal Drago Milenario e dalla Cueva del Viento; dormire a Candelaria, centro di pellegrinaggio sull’oceano a mezz’ora dall’aeroporto e ignorato dal turismo internazionale. In tutti e tre i casi l’auto non è un’opzione ma un requisito.
Dove si trova Tenerife
Tenerife è la maggiore delle otto isole principali dell’arcipelago spagnolo delle Canarie, nell’Oceano Atlantico, a circa 290 chilometri dalla costa nord-occidentale dell’Africa, all’altezza del Marocco meridionale e del Sahara occidentale, e a circa 1.300 chilometri dalla Penisola Iberica. Fa parte politicamente della Spagna e dell’Unione Europea. Confina via mare con Gran Canaria a est, La Gomera a ovest e La Palma a nord-ovest. La superficie è di 2.034 chilometri quadrati. Il fuso orario è un’ora indietro rispetto all’Italia.
Come arrivare a Tenerife dall’Italia
Essendo un’isola nell’Atlantico, a Tenerife si arriva in aereo o via mare, e la seconda opzione non è mai diretta dall’Italia. L’isola ha due aeroporti: Tenerife Sud, intitolato alla Reina Sofía, che raccoglie quasi tutto il traffico internazionale e si trova a una ventina di chilometri da Costa Adeje, e Tenerife Nord, intitolato a Ciudad de La Laguna, che serve soprattutto i collegamenti con la Penisola e le altre Canarie ed è a pochi minuti da Santa Cruz. Il volo dall’Italia dura tra le quattro ore e mezza e le cinque.
Voli diretti dall’Italia per Tenerife
I collegamenti diretti operano quasi tutti su Tenerife Sud e sono più numerosi nella stagione invernale, che qui è l’alta stagione. Partono voli da Milano Malpensa, Bergamo Orio al Serio, Roma Fiumicino, Bologna, Venezia, Napoli, Torino e Verona, con frequenze che vanno da un paio di volte a settimana a un volo quotidiano sulle rotte principali. Le compagnie che coprono queste tratte sono Ryanair, Wizz Air, easyJet e Neos, oltre a operatori charter legati ai tour operator nei mesi di punta.
Le tariffe oscillano parecchio: in bassa stagione e con largo anticipo si trovano andate e ritorni sotto i cento euro, mentre a Natale, a Capodanno e nella settimana di Carnevale i prezzi possono moltiplicarsi. Va tenuto presente che la durata del volo supera le quattro ore e che le compagnie low cost non includono nulla oltre al bagaglio a mano piccolo: sulla distanza, la differenza di prezzo con i vettori tradizionali si assottiglia più di quanto sembri al momento della prenotazione.
Voli con scalo via Madrid e Barcellona
Se dalla tua città non parte un diretto, o se le date sono scomode, la soluzione più semplice è uno scalo in Spagna. Iberia e Air Europa collegano Madrid Barajas sia con Tenerife Sud sia con Tenerife Nord più volte al giorno, mentre Vueling opera da Barcellona El Prat verso entrambi gli aeroporti. Dall’Italia si raggiungono Madrid e Barcellona da praticamente ogni aeroporto principale.
Il tempo di viaggio complessivo sale a sei-otto ore a seconda della coincidenza, ma questa opzione ha due vantaggi concreti: una scelta di orari molto più ampia e, se acquisti un unico biglietto, la protezione in caso di ritardo sulla prima tratta. Se invece compri due biglietti separati per risparmiare, lascia almeno tre ore di margine tra i due voli e mettiti in conto il ritiro e il reimbarco del bagaglio.
Traghetto da Cadice e Huelva a Santa Cruz de Tenerife
Non esistono traghetti dall’Italia alle Canarie. Chi vuole raggiungere l’isola via mare deve prima arrivare in Andalusia e imbarcarsi a Cadice o a Huelva: i collegamenti sono operati da Naviera Armas Trasmediterránea, con partenze settimanali verso Santa Cruz de Tenerife e una traversata che dura all’incirca da un giorno e mezzo a due giorni.
Ha senso solo in un caso: se vuoi portarti la tua auto o un camper e restare a lungo. Il costo per due persone con un veicolo raggiunge facilmente diverse centinaia di euro, a cui vanno aggiunti i giorni di viaggio e il trasferimento fino all’Andalusia, che dall’Italia significa almeno altre due giornate di guida più un traghetto per la Spagna. Per un soggiorno di una o due settimane, noleggiare un’auto sull’isola costa una frazione di questa cifra.
Come muoversi a Tenerife
Con l’auto a noleggio. Lo dico senza troppi giri di parole perché è la differenza tra vedere l’isola e vedere il proprio quartiere di alberghi: le due autostrade, la TF-1 che corre lungo il versante meridionale e la TF-5 che collega Santa Cruz con il nord, permettono di attraversare Tenerife da una punta all’altra in circa un’ora e mezza, e il noleggio qui costa meno che in quasi tutto il resto d’Europa. Anche il carburante è sensibilmente più economico che sul continente, per via del regime fiscale speciale delle Canarie. Le compagnie locali offrono spesso condizioni migliori delle multinazionali; verifica sempre la politica sul carburante e sulla franchigia prima di firmare.
Sulle strade di montagna serve un po’ di attenzione. La TF-21 verso il Teide, la strada per Masca e i tornanti del Parco Rurale di Anaga sono strette, con curve cieche e senza guardrail in diversi tratti; incrociare un pullman su una di queste curve è un’esperienza che si affronta meglio a bassa velocità. In quota si scende sotto i dieci gradi anche d’estate e la nebbia può arrivare in pochi minuti. Fai il pieno prima di salire, perché sopra i milleseicento metri i distributori spariscono, e non contare sulla copertura del telefono nei valloni.
Chi non guida ha comunque un’alternativa dignitosa: la rete di autobus TITSA copre tutta l’isola con corse frequenti sulle direttrici principali e raggiunge anche il Teide e i paesi del nord, sia pure con orari che richiedono programmazione. Conviene comprare subito la tessera ricaricabile ten+, che riduce sensibilmente il costo delle singole corse. Tra Santa Cruz e La Laguna c’è inoltre un tram moderno con due linee, frequenze da città europea e biglietti economici, che è il modo migliore per muoversi nell’area metropolitana. I taxi sono regolamentati e ragionevoli sulle brevi distanze, molto meno sulle traversate tra sud e nord.
Quando andare a Tenerife
Il periodo migliore va da settembre a novembre, e la ragione è aritmetica più che poetica: l’oceano ha accumulato calore per tutta l’estate e in autunno tocca la sua temperatura massima, intorno ai ventitré gradi, mentre l’aria è tornata sui ventisei e i prezzi sono scesi rispetto ad agosto. Le piogge, comunque scarse, si concentrano tra novembre e febbraio e solo sul versante nord, e in questa fascia il Teide è quasi sempre sgombro dalle nubi al mattino.
Il resto dell’anno funziona lo stesso, perché l’isola dell’eterna primavera si chiama così per un motivo statistico: le medie oscillano tra i venti gradi di gennaio e i ventisette di agosto, e sulla costa sotto i venti non si scende quasi mai. L’inverno è alta stagione, con hotel pieni di nordeuropei in fuga dal freddo e prezzi di conseguenza; febbraio ha il picco assoluto per via del Carnevale di Santa Cruz de Tenerife, che gonfia tariffe e occupazione per una decina di giorni. La primavera è la stagione più verde nel nord e la più ventosa nel sud.
Il periodo su cui rifletterei due volte è tra fine luglio e agosto, non per le temperature ma per due fenomeni: l’affollamento su Costa Adeje e Playa de las Américas, e la calima, l’ondata di aria sahariana che porta polvere sospesa, cielo giallastro e punte oltre i trentacinque gradi anche sulla costa. Dura in genere pochi giorni e non si prevede con anticipo, ma quando arriva è meglio rimandare le escursioni in quota.
Qualunque mese tu scelga, prepara i bagagli come se andassi in due posti diversi, perché è esattamente quello che stai facendo: costume, infradito e crema ad alta protezione per la costa, scarpe da trekking, pile e giacca antivento per il Teide, dove alle sei del mattino si trovano regolarmente temperature vicine allo zero.
