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Arrivi convinto di andare in piscina e ti ritrovi dentro una scultura. È più o meno questo il discorso che spiega cosa vedere al Parque Marítimo César Manrique, ventiduemila metri quadrati di cemento bianco, basalto e acqua salata affacciati sull’Atlantico nella zona di Cabo Llanos, a Santa Cruz de Tenerife. Dentro ci sono tre piscine di acqua di mare, cascate salate che scendono su pareti di roccia lavica, palme e piante ornamentali piantate come si piantano le quinte di un teatro, i giocattoli del vento con cui César Manrique firmava le sue opere, terrazze e solarium, jacuzzi, ristoranti. Fuori — ma “fuori” è una parola elastica, qui — ci sono l’Auditorio de Tenerife di Santiago Calatrava, il Castillo de San Juan Bautista che tutti chiamano Castillo Negro, e il Palmetum, il giardino botanico cresciuto sopra la vecchia discarica cittadina. Ti racconto tutto, compreso il fatto che l’uomo che ha disegnato questo posto non lo ha mai visto finito.
Le tre piscine di acqua di mare
Sono il motivo per cui esisti qui, e la prima cosa che noti è che l’acqua non profuma di cloro. Arriva dal mare che hai davanti, entra nelle vasche e se ne torna indietro, il che significa due cose: sa di sale e ha la temperatura che l’Atlantico ha deciso di avere quel giorno. In estate è una benedizione, in gennaio è una faccenda che affronti con un certo eroismo e un rientro rapido verso l’asciugamano. Le vasche hanno profondità diverse — una grande e aperta, una più raccolta, una pensata per chi ha i bambini a rimorchio — e scale e rampe che rendono l’ingresso civile anche per chi non ha più le ginocchia dei vent’anni. Verifica sempre quali siano aperte: la manutenzione, in un impianto che beve acqua di mare, non è un dettaglio opzionale.
La pietra vulcanica e le cascate salate
Manrique non usava mai un materiale che l’isola non gli avesse già dato. Il perimetro delle vasche è basalto vero, nero e poroso, quello che a Tenerife trovi ovunque scavi mezzo metro, e sopra ci scorre l’acqua salata in cascate che sembrano naturali per circa tre secondi, finché non ti accorgi che sono state coreografate con la stessa precisione di un giardino giapponese. Il contrasto è tutto qui: il bianco abbagliante delle superfici intonacate contro il nero opaco della lava, il verde delle palme piantato nel mezzo a fare da terzo colore. Cammina scalzo con giudizio, perché la pietra vulcanica al sole di mezzogiorno ha temperature che meritano rispetto.
I giocattoli del vento
Sparse per il complesso trovi le sculture mobili che Manrique chiamava juguetes del viento, giocattoli del vento: strutture metalliche verniciate in colori primari, imperniate in modo da girare e oscillare appena l’aliseo si fa vivo. Sono la sua firma, le stesse che ha lasciato lungo le strade di Lanzarote, e funzionano come una specie di anemometro allegro — se stanno ferme sei in una giornata insolitamente calma, se ronzano hai capito perché la brezza qui non ti dà tregua. Fermarsi a guardarne una per un minuto intero è uno dei piaceri più stupidi e più efficaci del parco.
L’ultimo progetto di César Manrique
Manrique era di Lanzarote, e a Lanzarote aveva passato la vita a convincere un’isola intera che si poteva costruire senza sfregiare. A Tenerife aveva già firmato il Lago Martiánez di Puerto de la Cruz, che di questo parco è il fratello maggiore. Poi, nel 1992, un incidente stradale lo ha ucciso vicino a casa sua, e il Parque Marítimo è stato completato senza di lui: ha aperto nel 1995, opera postuma di un uomo che aveva disegnato tutto e non ha visto nessuno tuffarsi. Sapendolo, il posto cambia leggermente sapore. Non è un parco acquatico con una firma d’autore appiccicata sopra: è l’ultima riga di un ragionamento durato trent’anni su come si mette insieme l’acqua, la roccia e la gente.
I solarium, le palme e le jacuzzi
Tra una vasca e l’altra il progetto lascia una quantità sorprendente di spazio a terra: terrazze di cemento chiaro, aiuole di palme e piante ornamentali, angoli riparati dove il vento passa sopra la testa invece che addosso. Ci sono lettini e ombrelloni, spogliatoi con acqua calda, jacuzzi in cui la gente si siede con l’aria assorta di chi non ha più intenzione di alzarsi. È la parte che i turisti sottovalutano e i tinerfeñi no: qui si viene a passare la giornata, non a fare venti minuti di bagno e via.
L’Auditorio de Tenerife oltre il muro
Alzi lo sguardo dalla vasca grande e c’è quella cosa bianca che sembra un’onda pietrificata a metà del gesto. È l’Auditorio de Tenerife, firmato Santiago Calatrava e inaugurato nel 2003, e dal parco lo vedi da un’angolazione che nessuna cartolina ti dà: dal basso, sfalsato, con l’acqua salata in primo piano. Due architetture che dialogano suo malgrado, una che imita la natura con materiali suoi e una che le fa concorrenza a colpi di calcestruzzo armato.
Il Castillo Negro, alle spalle
A pochi passi, incastrato tra il parco e l’Auditorio, c’è il Castillo de San Juan Bautista, che tutti chiamano Castillo Negro. È una torre cilindrica di cantería basaltica, cominciata nel 1641 quando le rivolte di Catalogna e Portogallo avevano lasciato l’isola scoperta e finita tre anni dopo; nel Settecento fu rifatta perché il mare la stava mangiando. Sorgeva sulla Caleta de Negros, e non è chiaro se il soprannome venga da lì o dal colore della pietra. È il castello meglio conservato dell’isola e di norma non si visita all’interno, ma la stonatura che fa — seicentesco, tozzo, nero — accanto al bianco di Calatrava e di Manrique vale da sola la deviazione di due minuti.
Il Palmetum, il giardino sulla discarica
Dall’altro lato c’è una collina verde che fino a pochi decenni fa era la discarica di Santa Cruz. Oggi è il Palmetum, un giardino botanico dedicato alle palme, con una collezione che mette insieme specie da mezzo mondo tropicale e un belvedere da cui la rada, il porto e il parco si guardano dall’alto. Non è compreso nel biglietto del Parque Marítimo, ma è la seconda metà logica della stessa giornata, e la sequenza discarica-giardino racconta di questa città più di molti musei.
I ristoranti e le terrazze
Dentro il complesso ci sono punti di ristoro e terrazze affacciate sull’acqua, comodi se l’idea è restare fino al tardo pomeriggio senza rivestirsi e uscire. Il livello è quello onesto della ristorazione da impianto balneare, con qualche piatto canario di ordinanza; nulla per cui attraversare la città, molto per cui evitare di doverlo fare. Chi conosce il posto arriva comunque con la sua borsa frigo.
Il pubblico del fine settimana
Il parco apre tutti i giorni dell’anno, e questo ha una conseguenza che nessuna guida ti dice: il sabato e i festivi non è un posto per turisti, è il cortile di Santa Cruz. Famiglie intere con teli, panini e sedie pieghevoli, ragazzini che sfidano il regolamento sui tuffi, signori che nuotano avanti e indietro con la costanza dei metronomi. Se cerchi silenzio scegli un martedì mattina; se vuoi capire come vive la capitale, vieni proprio quando è pieno.
Dove dormire vicino al Parque Marítimo César Manrique
La base più ovvia è Santa Cruz de Tenerife stessa: il parco è dentro la città, e la zona di Cabo Llanos — quella dell’Auditorio, del recinto fieristico e dei centri commerciali — ti lascia a distanza di passeggiata. Qui l’offerta è quella di una capitale che vive di uffici e di porto più che di vacanze: hotel urbani, quattro stelle di taglio business, appartamenti in palazzine anonime a prezzi più ragionevoli di quelli del sud turistico.
Se preferisci le strade strette e i bar del mattino, punta sul centro storico intorno a Plaza de España e al Toscal, da cui scendi a piedi lungo il lungomare in una ventina di minuti. Chi vuole il mare vero dorme a San Andrés, all’imbocco di Anaga, accanto alla sabbia importata di Las Teresitas, e arriva in città in un quarto d’ora d’auto. La Laguna, a monte, è l’alternativa per chi mette la sera davanti alla spiaggia: università, tapas, umidità e nebbia comprese.
Come arrivare al Parque Marítimo César Manrique
Il parco sta sull’Avenida de la Constitución, il lungomare sud di Santa Cruz, e la buona notizia è che ci si arriva senza inventarsi nulla. A piedi dal centro sono una passeggiata lungo il porto, con l’Auditorio come faro da tenere davanti. In tram, la linea che collega La Laguna a Santa Cruz ti lascia all’Intercambiador, e da lì scendi verso il mare in pochi minuti.
In autobus, le guagua della TITSA collegano la capitale con praticamente ogni angolo dell’isola e convergono tutte sullo stesso interscambio, comprese le linee che arrivano dal sud turistico e dal Puerto de la Cruz.
In auto prendi l’autopista del Sur o quella del Norte fino a Santa Cruz e segui le indicazioni per l’Auditorio: il complesso ha un’ampia area di parcheggio, cosa che nel resto della città non è affatto scontata. Dall’aeroporto Tenerife Sur sei a poco meno di un’ora, dal Tenerife Norte a un quarto d’ora scarso.
Quando andare al Parque Marítimo César Manrique
Da giugno a ottobre l’acqua di mare è alla temperatura in cui entrarci è un piacere e non un atto di volontà; in inverno il sole c’è quasi sempre, ma il bagno diventa una faccenda per temperamenti nordici. Le mattine sono la parte migliore della giornata: aria ferma, luce laterale che accende il bianco delle superfici, vasche mezze vuote.
Verso mezzogiorno il basalto scotta e la brezza si alza, poi nel tardo pomeriggio la luce si fa dorata e l’Auditorio comincia a proiettare la sua ombra sul lungomare — il momento in cui le fotografie vengono da sole. Da evitare: i weekend d’agosto e i festivi, quando l’affluenza raggiunge il tetto e la parola aforo smette di essere astratta. Tieni d’occhio anche il calendario del Carnevale, in febbraio: la città in quei giorni ha altre priorità, e tu probabilmente pure.
Dove si trova il Parque Marítimo César Manrique
Sei sulla costa meridionale di Santa Cruz de Tenerife, capitale dell’isola e cocapoluogo delle Canarie, nel settore di Cabo Llanos, a sud del porto commerciale e a un passo dal centro. Il parco occupa la fascia tra l’Avenida de la Constitución e l’Atlantico, incastrato tra l’Auditorio de Tenerife a nord, il Castillo de San Juan Bautista alle spalle e la collina del Palmetum a sud. Tutt’intorno c’è la Santa Cruz nuova, quella cresciuta sull’area portuale e industriale riconvertita: il recinto fieristico, i grattacieli gemelli, i centri commerciali. Alle spalle della città si alza il Macizo de Anaga, e più in là, quando la foschia lo concede, spunta il cono del Teide.
