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Una collina alta quaranta metri fatta interamente di spazzatura non è il posto in cui ti aspetteresti di trovare quasi seicento specie di palme, e per una ventina d’anni non l’ha pensato nessuno: la discarica municipale di Santa Cruz chiuse nel 1983 e restò lì, davanti all’oceano, come un cumulo grigio che la città continuava a guardare di sbieco.
Cosa vedere al Palmetum di Santa Cruz de Tenerife è quindi anche la storia di come quella montagna di rifiuti sia diventata dodici ettari di giardino botanico con la migliore collezione di palme d’Europa. Dentro trovi le sezioni biogeografiche in cui è organizzata la collina — Antille, Madagascar, Nuova Caledonia, Hawaii, Mascarene, Australia, Indocina, Africa, Sudamerica, America Centrale, Nuova Guinea, Borneo e Filippine, più il valle del bosco termofilo canario — l’Octógono, l’ombracolo semisotterraneo con i suoi sentieri da giungla, un sistema di cascate, ruscelli e laghi che scendono lungo il pendio, i mirador affacciati sul porto e sull’Atlantico, e un piccolo museo all’ingresso dove convivono una canoa amazzonica ricavata da un tronco di palma e il coco-de-mer, il seme più grande del mondo.
C’è anche una parte che i visitatori non vedono ma che è il motivo per cui il posto esiste: le decine di specie in pericolo critico coltivate qui per produrre semi, la Coccothrinax borhidiana che fruttifica nella sezione caraibica, il giardino tenuto senza pesticidi né fertilizzanti. Sotto trovi dove dormire lì attorno, come arrivarci, quando conviene salire e dove si trova esattamente.
La montagna di rifiuti sotto i tuoi piedi
Il vertedero chiuse nel 1983, e per anni si discusse cosa farne. L’idea di trasformarlo in un giardino specializzato in palme arrivò negli anni Novanta dall’ingegnere agronomo Manuel Caballero Ruano e dal botanico Carlo Morici, e i lavori cominciarono nel 1995 con fondi europei: nel 1996 vennero costruite le prime cascate e piantati i primi esemplari. Poi il denaro finì, e nel 2000 tutto si fermò. Per sei anni la collina restò in manutenzione minima, con centinaia di palme rare a cavarsela da sole su un terrapieno di immondizia — il che, se ci pensi, è già di per sé un esperimento botanico.
Tra il 2007 e il 2008 fu rifatto l’intero impianto d’irrigazione, si sistemarono i versanti a sud e nacquero le sezioni di Borneo-Filippine e Nuova Guinea; tra il 2010 e il 2011 arrivarono l’edificio d’ingresso e la pavimentazione dei percorsi. Il Palmetum aprì al pubblico il 28 gennaio 2014, quasi vent’anni dopo l’inizio dei lavori, e l’anno successivo ottenne lo statuto ufficiale di giardino botanico. Camminando sui vialetti non si percepisce assolutamente nulla di tutto questo, ed è esattamente il punto.
Le sezioni biogeografiche
La superficie della collina è divisa in aree che raggruppano le palme per area di provenienza, con estensioni molto diverse tra loro, alcune grandi quanto un campo da calcio e altre poco più di un’aiuola. La collezione è concentrata sulle flore insulari — palme di isole, tema che a Tenerife suona piuttosto appropriato — e per attraversarla tutta finisci per fare un giro del mondo tropicale in un’ora scarsa, passando da Madagascar all’Australia con un cambio di pendenza. Alcune sezioni contengono cascate, ruscelli, laghi o dossi; altre, quelle piantate più di recente, sono ancora giovani e chiedono un po’ di immaginazione. Le più mature sono anche le più impressionanti.
La sezione delle Antille
È l’area più estesa e quella che colpisce di più: una grande cascata di roccia naturale scarica l’acqua su una specie di spiaggia piantata a cocchi adulti, e attorno si apre una collezione di Coccothrinax tra le più complete del pianeta, insieme a Copernicia, Roystonea, Zombia antillarum e Pseudophoenix sargentii. Molte di queste piante arrivano da spedizioni sul campo e da scambi con il Jardín Botánico Nacional dell’Avana, con gli orti botanici di Cienfuegos e Las Tunas, con il Montgomery Botanical Center di Miami e con quello di Santo Domingo. È il posto dove passeresti più tempo se non ci fosse il resto.
La sezione del Madagascar
Un prato con gruppi di Bismarckia nobilis, palme dalle foglie grigio-azzurre che sembrano metalliche e che di sera prendono una luce difficile da spiegare a chi non le ha viste. Attorno a un grande lago crescono Ravenea, Beccariophoenix e diverse specie di Dypsis, tra cui la palma triangolare, e poco lontano c’è un baobab malgascio, Adansonia madagascariensis, cresciuto su una collina che quarant’anni fa era un deposito di rifiuti urbani.
Il bosco termofilo delle Canarie
Nel grande vallone sul versante nord della collina sta la sezione dedicata alla vegetazione dell’arcipelago, con molti esemplari di Phoenix canariensis — l’unica palma nativa delle Canarie — insieme a dragos, Apollonias barbujana e altre specie di quel bosco secco che copriva le pendici basse delle isole prima che le coltivazioni se lo mangiassero. È la parte meno esotica e la più istruttiva, perché ti mostra cosa ci sarebbe qui senza l’uomo.
L’Octógono
Un ombracolo semisotterraneo di duemilatrecento metri quadrati, costruito per ospitare le specie che hanno bisogno di aria ferma, umidità costante e nessun vento: dentro corrono sentieri da foresta pluviale, con ruscelli, ponticelli e cascatelle. Il salto di temperatura e di umidità quando entri è netto, e in una giornata di calima è probabilmente il posto più confortevole della città.
Le cascate, i ruscelli e i laghi
Il sistema idrico attraversa buona parte del giardino ed è la ragione per cui il Palmetum non sembra una collezione ma un paesaggio. L’acqua scende dai punti alti verso i laghi, passa sotto i camminamenti, riempie bacini circondati da palme e attira una quantità di uccelli selvatici che qui trovano una delle poche macchie fitte del litorale urbano. Il rumore dell’acqua copre quasi del tutto quello del porto, che sta a poche centinaia di metri.
Le viste dall’alto
Essendo una collina artificiale piantata sul mare, il Palmetum ha un vantaggio che nessun altro giardino della capitale possiede: i suoi punti panoramici. Dall’alto vedi il porto con le navi in manovra, il fronte urbano di Cabo Llanos con l’Auditorio, la linea di costa che scende verso sud e l’oceano aperto, spesso con la sagoma di Gran Canaria all’orizzonte nelle giornate limpide. Il contrasto tra le fronde tropicali in primo piano e le gru portuali sullo sfondo è la fotografia che tutti finiscono per scattare.
Il museo delle palme all’ingresso
Nell’edificio d’ingresso, oltre alla reception e a un piccolo negozio, c’è una sala espositiva con oggetti fatti di palma o ricavati dalle palme: scope, cappelli, cerbottane, sculture, medicinali, frutti in scatola e una canoa costruita nell’Amazzonia peruviana con il tronco di una palma barrigona, l’Iriartea ventricosa. Accanto all’artigianato si è avviata un’esposizione di parti vegetali, tra cui il coco-de-mer della Lodoicea, il seme più grande del mondo, un oggetto che dal vivo ha dimensioni e forma francamente imbarazzanti. Un museo più grande, in parte sotterraneo e già coperto di vegetazione, è previsto ma non ancora completato: dovrebbe ospitare erbario, biblioteca e una sala dedicata alla palma canaria e alla miel de palma.
Le palme in pericolo e i semi che tornano indietro
Qui sta la parte seria. La collezione di palme conta quasi seicento specie; quasi duecento figurano nella lista rossa dell’IUCN e una quarantina sono in pericolo critico di estinzione, con un paio di specie ormai estinte in natura. Alcune vengono coltivate in numero sufficiente da produrre semi, che possono così tornare verso i paesi d’origine o verso altri orti botanici. Il caso più citato è quello della Coccothrinax borhidiana, una palma cubana lentissima e in pericolo critico: diciassette esemplari germinati nel 1996 oggi fruttificano nella sezione caraibica. Vuol dire che una montagna di rifiuti di Santa Cruz è diventata una riserva genetica per i Caraibi, cosa che nel 1983 non avrebbe scommesso nessuno.
Un giardino senza pesticidi
Il Palmetum si mantiene senza pesticidi e senza fertilizzanti, il che spiega perché tra le palme si muovano tanti uccelli e perché certe zone abbiano un aspetto meno pettinato di quello a cui i giardini ornamentali ci hanno abituati. Se cerchi aiuole geometriche, resterai perplesso; se ti interessa vedere come si comporta una collezione botanica lasciata funzionare come ecosistema, è mezz’ora ben spesa.
Dove dormire vicino al Palmetum
Il quartiere alle spalle del giardino è Cabo Llanos, la Santa Cruz costruita negli ultimi decenni sui terreni guadagnati al porto: torri residenziali, uffici, il Recinto Ferial e qualche albergo moderno, con il vantaggio di essere a piedi dal Palmetum e dall’Auditorio. Chi preferisce svegliarsi in mezzo alla città sceglie il centro storico attorno alla Rambla e alla plaza del Príncipe, dove gli indirizzi sono più piccoli e più vecchi ma anche più vivi la sera, con un quarto d’ora scarso di lungomare da percorrere la mattina. Lungo l’Avenida Marítima, tra il porto e la Plaza de España, si concentrano le sistemazioni più grandi, comode per chi arriva o riparte in nave. Se stai in appartamento, guarda le zone di Cabo Llanos e di Weyler: le due facce, nuova e antica, della stessa capitale.
Come arrivare al Palmetum
L’ingresso si apre accanto al Parque Marítimo César Manrique, sul litorale sudovest della città, e si raggiunge a piedi dal centro seguendo il lungomare: dalla Plaza de España sono una ventina di minuti di camminata piana, con il porto a sinistra. In tram, la línea 1 taglia il centro e va combinata con l’ultimo tratto a piedi; le guaguas della rete insulare fanno capo all’Intercambiador, da cui si prosegue verso il mare. In auto si arriva comodamente dalla TF-1 e dalla TF-5, e nella zona dell’Auditorio e del Recinto Ferial il parcheggio è meno impegnativo che nel centro storico. Chi sbarca da una nave da crociera lo ha praticamente in fondo alla banchina. L’accesso è a pagamento, con tariffa ridotta per i residenti canari, e dall’edificio d’ingresso una torre con scala a chiocciola e ascensore ti porta al ponte che entra nel giardino.
Quando andare al Palmetum
Il clima di questo angolo di costa è tra i più stabili che si possano immaginare: la temperatura media annua si aggira sui ventuno gradi e la minima assoluta registrata sulla collina è di tredici, il che significa che non esiste una stagione sbagliata. Esiste però un’ora sbagliata, ed è il primo pomeriggio d’estate: la collina è esposta, molte sezioni hanno ancora poca ombra alta e il sole picchia. La mattina presto è la scelta giusta, con la luce radente sulle Bismarckia e i versanti ancora freschi; il tardo pomeriggio funziona altrettanto bene per i mirador. Calcola almeno un’ora e mezza per fare il giro con calma, e arriva con un margine sufficiente rispetto alla chiusura, perché uscire di corsa da un giardino così è un modo sciocco di sprecarlo. Nelle giornate di calima, con la polvere sahariana in aria, l’Octógono è il posto dove rifugiarsi.
Dove si trova il Palmetum
Il Palmetum occupa la collina artificiale detta El Lazareto, all’estremità sudovest di Santa Cruz de Tenerife, nel quartiere di Cabo Llanos, parzialmente circondato dal mare e affacciato sull’Atlantico. Confina con il Parque Marítimo César Manrique e sta a pochi passi dall’Auditorio de Tenerife Adán Martín e dal Castillo de San Juan Bautista, con il Recinto Ferial di fronte e il porto commerciale poco più in là. Con i suoi dodici ettari è il più grande spazio verde della città, più esteso del Parque García Sanabria e del Parque de la Granja, e resta comunque a distanza di passeggiata dal centro: un giardino botanico tropicale a un quarto d’ora dal municipio, cresciuto sopra ciò che la città buttava via.
