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Varchi il cancello di calle Retama e in cinque passi la temperatura cala di qualche grado, l’aria diventa densa e il rumore della città sparisce dietro un muro di foglie. Cosa vedere al Jardín Botánico di Puerto de la Cruz, in fondo, si riduce a una sola cosa: quello che succede quando qualcuno pianta i tropici dentro un rettangolo di due ettari e poi lascia passare due secoli e mezzo.
Ti racconterò del gigantesco Ficus macrophylla f. columnaris con le sue radici aeree diventate colonne, del disegno geometrico a vialetti perpendicolari con le due avenidas che confluiscono nello stagno circolare e del laghetto delle ninfee poco più in là.
E poi della collezione di oltre cinquanta specie di palme, del Pinus canariensis ultracentenario, della mimosa che ritrae le foglie se la sfiori e degli alberi utili arrivati da mezzo mondo — árbol del pan, castagno australiano, fico dell’Himalaya, albero del fuoco, mango, avocado — senza dimenticare le orchidee, le bromelie e le epifite dell’ingresso.
Ti racconterò infine dell’erbario e della banca dei semi che l’ICIA tiene qui dentro, e del monumento a quell’Alonso de Nava y Grimón che nel 1788 si prese in carico l’ordine reale di Carlo III da cui è nato tutto: un progetto scientifico fallito che ha prodotto uno dei giardini più belli di Spagna.
Il ficus di Lord Howe e le sue radici-colonna
È l’albero per cui la gente entra, e non delude. Si tratta di un enorme Ficus macrophylla f. columnaris, sottospecie originaria dell’isola di Lord Howe, a est dell’Australia, che emette numerose radici aeree: scendono fino al suolo, si ingrossano e diventano vere colonne che ancorano tutta la struttura e le impediscono di crollare. A furia di proliferare, quelle radici hanno reso il tronco principale sempre più difficile da individuare — è la spiegazione della stessa audioguida del giardino, e davanti all’albero capisci che non è un modo di dire: cerchi il tronco e non lo trovi. Alcune siepi impediscono di avvicinarsi e di arrampicarsi sulle radici, il che è ragionevole e insieme frustrante.
Il monumento al fondatore e il bel fallimento
Verso il centro del giardino c’è il monumento all’uomo che lo ha voluto, e vale la pena fermarcisi perché la storia è ottima. Carlo III firmò la Real Orden il 17 agosto 1788, e i lavori furono affidati a un notabile locale, Alonso de Nava y Grimón, marchese di Villanueva del Prado, che ne divenne fondatore, promotore e finanziatore quasi esclusivo. L’idea era coltivare qui le specie esotiche portate dai tropici e poi spedirle a Madrid e ai giardini reali di Aranjuez. Carlo III morì tre mesi dopo aver firmato, ma suo figlio Carlo IV tenne in piedi il progetto e nel gennaio 1791 ne approvò la costruzione. Il progetto fu redatto nel 1790 su piani dell’architetto lagunero Nicolás Eduardo, e le nuove piantagioni cominciarono nel 1792. Il guaio è che le piante acclimatate a Tenerife, una volta arrivate in Castiglia, morivano di freddo lo stesso. La missione non riuscì mai davvero. Restò il giardino.
Lo stagno circolare e il disegno a scacchiera
L’impianto è geometrico: vialetti perpendicolari e due avenidas principali che confluiscono in uno stagno centrale di forma circolare. È un tracciato illuminista, ordinato, quasi burocratico, ed è proprio il contrasto con la vegetazione che ci è cresciuta sopra a rendere la passeggiata divertente: sai sempre dove sei e non vedi mai a più di dieci metri. Ogni incrocio è una sorpresa amministrata. Poco più in là c’è il secondo bacino, quello delle piante acquatiche, con le ninfee: il posto giusto per sedersi quando il caldo umido comincia a farsi sentire davvero.
Le palme e la flora canaria
Fra le collezioni spiccano più di cinquanta specie diverse di palme, insieme a rappresentanti notevoli della flora canaria, come un Pinus canariensis longevo di oltre due secoli e le specie acquatiche degli stagni. Le palme sono il pezzo forte tecnico del posto, quello che i botanici vengono a vedere mentre i turisti fotografano il ficus. Cerca la Phoenix canariensis, la palma delle Canarie, e confrontala con le cugine asiatiche e americane che le stanno intorno: capirai in trenta secondi perché un’isola atlantica in mezzo a nulla ha finito per diventare un laboratorio.
Gli alberi utili arrivati dai tropici
Il giardino nacque per ragioni economiche, non estetiche, e la cosa si vede ancora nelle specie messe a dimora. Ci trovi l’árbol del pan, il castagno australiano, il fico dell’Himalaya, l’albero del fuoco, il pino canario e una quantità di piante che è impossibile elencare; e poi avocado e mango, che oggi sull’isola sono coltura ordinaria e allora erano curiosità coloniali. Camminare qui significa attraversare l’inventario di un impero che cercava di capire cosa fosse commestibile, redditizio o medicinale, e che nel frattempo, senza volerlo, stava facendo giardinaggio.
La mimosa che si ritrae se la tocchi
In mezzo alle collezioni c’è la Mimosa polycarpa var. spegazzinii, che al minimo contatto ripiega le foglie per proteggersi. È il trucco più elementare del giardino ed è anche quello davanti al quale si ferma il maggior numero di adulti, con la scusa dei bambini. Sfiori una foglia, quella si chiude, tu resti lì trenta secondi ad aspettare che si riapra. Poi ti guardi intorno per controllare che nessuno ti abbia visto, e ci riprovi.
Orchidee, bromelie e le epifite dell’ingresso
Subito dopo l’entrata trovi una buona collezione di piante epifite, felci, bromeliacee e orchidee, insieme ad aracee, cactacee e alla flor del paraíso. È la parte che si visita di corsa perché il ficus chiama, e sbagli: le epifite raccontano meglio di qualunque cartello come funziona una foresta pluviale, dove ogni pianta usa un’altra pianta come terreno. Un viale bordato di diverse specie di Musa, il banano, completa il quadro all’inizio del percorso.
L’erbario e la banca dei semi
Dietro le siepi c’è la parte del giardino che non vedrai mai. Il Jardín è gestito dall’ICIA, l’Instituto Canario de Investigaciones Agrarias, conduce scambi internazionali di germoplasma e conserva un erbario dedicato alla flora canaria con oltre 47.000 fogli botanici, oltre a una banca del germoplasma dove si raccolgono soprattutto semi di piante autoctone e a rischio di estinzione. Il complesso ospita più di mille specie e circa duemilacinquecento esemplari. Sapere che sotto il turismo c’è ancora un laboratorio in funzione cambia il senso della visita.
Il muro di cinta e il microclima
Tutto il giardino è circondato da un muro, e non è un dettaglio ornamentale: questo spazio murato di circa ventimila metri quadrati trattiene l’umidità e ripara dall’aliseo, creando una bolla di clima subtropicale in mezzo a un quartiere residenziale. È il motivo per cui piante che a duecento metri da qui soffrirebbero, dentro prosperano. Quando esci, la differenza di temperatura sulla pelle è l’ultima cosa che ti porti via.
Dove dormire vicino al Jardín Botánico
Il giardino sta nel quartiere di La Paz, la zona alta e residenziale di Puerto de la Cruz, ed è anche una delle aree più comode in cui dormire: hotel di taglia media e appartamenti con terrazza, strade tranquille, molto verde e viste che scavalcano i tetti fino all’oceano. È la scelta giusta se cerchi silenzio e non ti spaventa una passeggiata in discesa (e una risalita) verso il centro. Se preferisci avere bar e ristoranti sotto casa, il casco antiguo attorno a Plaza del Charco è a una ventina di minuti a piedi; se vuoi il mare davanti alla finestra, la fascia dell’Avenida de Colón e del lungomare di Martiánez resta la più pratica. Il Parque Taoro, poco sopra, offre sistemazioni più isolate e panoramiche.
Come arrivare al Jardín Botánico
L’ingresso è in calle Retama, a Puerto de la Cruz, nella zona di La Paz. Dal centro cittadino sono venti minuti scarsi a piedi tutti in salita, oppure una corsa breve in taxi. In auto si arriva dall’autostrada del nord, la TF-5, uscendo per il comune e proseguendo verso La Paz: dal centro di Puerto de la Cruz ci vogliono cinque-dieci minuti, da La Orotava una decina, da Santa Cruz de Tenerife una mezz’ora abbondante a seconda del traffico. Con i mezzi pubblici diverse linee TITSA servono la zona: da Santa Cruz o La Laguna la più usata è la 103, che raggiunge la stazione di Puerto de la Cruz in trentacinque-quarantacinque minuti, da cui si prosegue a piedi o con le urbane. Nei paraggi c’è parcheggio su strada, ma nelle ore centrali è contendibile.
Quando andare al Jardín Botánico
Il giardino apre tutti i giorni dalla mattina al tardo pomeriggio, e il momento migliore è la prima ora: la luce entra bassa fra le chiome, l’umidità notturna non si è ancora alzata e i vialetti sono vuoti. Sei sulla costa nord, quindi il cielo coperto è la norma più che l’eccezione, e qui non è un problema — anzi, sotto la copertura le foglie danno il meglio e il caldo resta sopportabile. In estate, verso mezzogiorno, l’aria dentro il recinto diventa pesante e il ficus si riempie di gruppi. Metti in conto un’ora e mezza per la visita, di più se ti fermi allo stagno.
Dove si trova il Jardín Botánico
Il Jardín Botánico di Puerto de la Cruz — il cui nome ufficiale resta Jardín de Aclimatación de La Orotava, perché la città apparteneva un tempo al comune di La Orotava e si chiamava Puerto de La Orotava — occupa un recinto murato nel quartiere di La Paz, sulla costa settentrionale di Tenerife, alle spalle del centro storico e a poca distanza dal lungomare di Martiánez. È Bien de Interés Cultural con categoria di giardino storico dal 1994 ed è il secondo giardino botanico più antico fra quelli oggi esistenti in Spagna, dopo il Real Jardín Botánico di Madrid. Siamo a metà della valle de La Orotava, l’anfiteatro coltivato che sale dal mare verso il Teide: fra chi passeggiò in questi viali ci sono Ledrú, Le Gros, Humboldt e Berthelot.
