Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia: la chiesa madre di Puerto de la Cruz

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Da fuori non promette granché, ed è esattamente questo il punto. Se cerchi cosa vedere alla Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia, la prima cosa da mettere in conto è che il piacere sta tutto dietro la porta: una facciata sobria, una torre che sembra arrivata da un altro edificio, e poi un interno a tre navate che ti costringe ad alzare gli occhi. Dentro c’è il retablo mayor barocco, portato a termine nel 1710. Al centro sta l’immagine della Vergine della Peña de Francia, quella che dà il nome alla parrocchia. Poco più in là ci sono il Señor del Gran Poder de Dios e la Virgen del Carmen: sono le due devozioni per cui, ogni luglio, questa città si svuota nelle strade e finisce in mare.

Poi c’è tutto il resto. Il soffitto in artesonado mudéjar. Le quattro tele di Luis de la Cruz y Ríos e il pulpito policromato dal padre nel 1809. La croce di legno rivestita d’argento che è il simbolo della città. Il retablo dei Mareantes, regalato nel 1700 da un mercante irlandese. L’organo ottocentesco sul coro, un fonte battesimale italiano, una custodia d’argento fatta a Cuba. E ancora il museo di arte sacra e la piazza alberata su cui tutto questo si affaccia. Ti racconto ogni cosa, e poi dove dormire, come arrivare, quando andare e dove si trova.

Il retablo mayor e la Vergine che dà il nome alla chiesa

Entri, gli occhi si abituano alla penombra, e in fondo alla navata centrale c’è l’unico punto dell’edificio dove qualcuno ha deciso di non essere sobrio. Il retablo mayor fu portato a termine nel 1710 e ritoccato più volte — nel 1835 e ancora nel 1927 — sempre restando dentro una grammatica barocca, con quel legno dorato che sotto la luce artificiale ha il colore del miele scuro.

Nella nicchia centrale sta Nuestra Señora de la Peña de Francia, una scultura seicentesca che si trovava in parrocchia già dal 1621: la tradizione dice che la intronizzò il regidor Antonio Lutzardo de Franchy, l’uomo che nel piano urbanistico del vecchio Puerto de la Orotava aveva riservato uno spazio proprio qui. Ai suoi lati, San Francesco e Sant’Antonio da Padova, entrambi settecenteschi.

Uno dei manti della Vergine è un dono della poetessa cubana Dulce María Loynaz, Premio Cervantes nel 1992, che a Tenerife aveva dedicato un libro intero: mi piace l’idea che la stoffa di una scrittrice dell’Avana finisca addosso a una statua canaria.

La cappella del Gran Poder de Dios

Sulla navata del Vangelo si apre la cappella che a Puerto de la Cruz conta più di ogni altra. Il Señor del Gran Poder de Dios è una scultura de vestir di autore anonimo, scuola canaria, barocca: un’immagine da vestire, cioè un manichino sacro con testa e mani intagliate e il resto affidato al tessuto, una tecnica che a un occhio nordico sembra un trucco e che qui è invece il modo normale di fare devozione.

Il retablo che la incornicia è settecentesco, riformato nel 1809 da Manuel Antonio de la Cruz. Nelle nicchie laterali trovi una Nuestra Señora de los Dolores e un San Pedro Penitente, anche loro da vestire. Se passi in un giorno feriale qualunque, quando la cappella è mezza al buio, ti sembrerà una vetrina di provincia. Poi vedi le fotografie della processione appese in sacrestia e capisci la sproporzione.

Le tele di Luis de la Cruz y Ríos e il pulpito dipinto

Le quattro tele che coronano il retablo del Gran Poder sono opera di Luis de la Cruz y Ríos, nato qui nel 1776 e morto nel 1853, considerato ai suoi tempi uno dei migliori miniaturisti di Spagna — uno che dipingeva ritratti grandi come una moneta e che finì a lavorare per la corte. Che le sue tele stiano in una parrocchia di un porto atlantico, sopra la testa dei pescatori, è una di quelle giustizie geografiche che raramente si verificano.

Al pulpito sono legate altre cinque tele attribuite al padre, Manuel de la Cruz; la policromia del pulpito stesso porta la data del 1809 e la mano di Manuel Antonio de la Cruz. Tre generazioni di pittori con lo stesso cognome dentro lo stesso edificio: qui la storia dell’arte è un affare di famiglia.

La cappella della Virgen del Carmen

Sulla navata sinistra c’è la cappella dedicata alla patrona dei pescatori. Il retablo è settecentesco e barocco, attribuito a Guillermo Veraud. L’immagine che presiede, però, è molto più recente di quanto ti aspetteresti: la scolpì Ángel Acosta Martín nel 1954. Una scultura più giovane di molti dei devoti che la portano a spalla, e ciononostante l’oggetto attorno a cui ruota l’intero calendario emotivo della città. La devozione, si scopre, non ha nessun rispetto per le date di fabbricazione.

Le uscite di luglio e l’imbarco della Vergine

Per un mese intero, a luglio, questa chiesa smette di essere un edificio e diventa un punto di partenza. Il Gran Poder de Dios esce in processione solenne e attraversa Quintana, San Juan, Luis de la Cruz e Cologan prima di rientrare in Plaza de la Iglesia tra i fuochi d’artificio. Pochi giorni dopo tocca alla Virgen del Carmen, che con un percorso più lungo scende per La Hoya, Santo Domingo e Punta del Viento fino al molo dei pescatori, dove viene caricata su una barca insieme a San Telmo per la processione marittima lungo la costa del municipio. È la festa grande del paese, quella che chiama decine di migliaia di persone da tutto l’arcipelago e che comincia all’alba con la Diana Floreada e la cioccolata. Se capiti in città in quei giorni, dimentica di visitare l’interno con calma: sarai schiacciato contro una parete insieme a tutti gli altri, e starà bene così.

Le tre navate e il soffitto in legno

L’impianto è a pianta rettangolare, tre navate separate da colonne di tipo toscano e archi a tutto sesto: un’architettura che non alza la voce. La copertura interna, invece, merita il torcicollo. È un artesonado mudéjar in legno, con quei disegni geometrici che nelle Canarie sono la firma stessa dell’edilizia religiosa, e che qui somigliano molto a quelli dell’altro complesso storico della città, San Francisco.

Fuori il tetto è a due falde con teja árabe, il coppo di sempre. Le cappelline rettangolari che si aprono ai lati non c’entrano nulla con il resto della navata, ed è normale: sono aggiunte posteriori alla fabbrica originale, cresciute man mano che crescevano le donazioni dei fedeli.

La croce d’argento, simbolo della città

Nella navata del Vangelo si conserva una grande croce di legno rivestita d’argento sbalzato, seicentesca. Non è un pezzo qualsiasi di suppellettile: è la Cruz che dà il nome a Puerto de la Cruz, e fu la prima patrona della città prima di dividere l’onore con il Gran Poder de Dios e la Virgen del Carmen. Sta lì, riflettendo la poca luce che entra, e nessuno le dedica un cartello adeguato.

La torre del 1898 e la facciata rifatta

La torre campanaria è un innesto tardivo, addossato all’inizio della prima navata nel 1898, con tre corpi sovrapposti di ampiezza decrescente e un profilo neogotico che, va detto, con il resto dell’edificio non lega per niente. Nella stessa stagione di lavori, guidati dall’architetto Manuel de Cámara, sparirono i balconi canari che stavano in alto sulla facciata e la piccola espadaña, sostituiti da una finestra verticale a tutto sesto. Guardando le foto d’epoca viene un piccolo rimpianto per quei balconi; poi però ti accorgi che senza la torre, in una città bassa come questa, non sapresti nemmeno da che parte guardare per trovarla.

Il retablo dei Mareantes e il mercante irlandese

Nella cappella collaterale del lato dell’Epistola c’è il retablo settecentesco che un tempo apparteneva ai Mareantes, la corporazione della gente di mare, e che oggi ospita il Sagrado Corazón de Jesús. Le fonti locali raccontano che fu regalato nel 1700 dal commerciante irlandese Bernardo Valois: nel Puerto della malvasia e del vino di Canarie, i mercanti stranieri erano parte del paesaggio quanto i pescatori, e ogni tanto pagavano un altare. Nella nicchia sinistra sta una Nuestra Señora del Rosario del Seicento, scuola canaria, anche lei da vestire.

L’organo e il coro

Sul coro c’è un organo ottocentesco, firmato dai costruttori J. W. Geyke e J. H. Wholiem, accanto alla sillería in legno. Non è un pezzo monumentale, ma è un’altra prova di quanto questa parrocchia guardasse verso il nord Europa: un porto atlantico compra strumenti dove arrivano le navi, non dove finisce la diocesi.

La cappella battesimale

Il fonte battesimale è settecentesco e di origine italiana, sistemato nella sua cappella insieme a un Cristo alla colonna di fattura industriale novecentesca — l’unico oggetto dell’edificio che si può guardare senza troppa reverenza. Vale una sosta di trenta secondi, giusto per il contrasto tra la pietra importata e il resto.

L’oreficeria e il museo di arte sacra

Il patrimonio mobile della parrocchia è quello che ha convinto il governo delle Canarie a dichiarare chiesa e beni Bien de Interés Cultural con categoria di monumento nel 2003. Il pezzo forte dell’oreficeria è una custodia d’argento dorato realizzata a Cuba nel Settecento dall’argentiere Escobar, cui si aggiungono le andas d’argento sbalzato per il Corpus, sempre settecentesche.

Parte del tesoro è esposta nel museo di arte sacra, dove finiscono anche un Nazareno seicentesco proveniente dall’antico convento di Santo Domingo, una Verónica ottocentesca e il retablo di Montemayor, rococò di gusto francese, arrivato dal convento di Nuestra Señora de las Nieves. È un museo piccolo e va preso per quello che è: il magazzino nobile di una parrocchia che per tre secoli ha ricevuto regali.

La Plaza de la Iglesia

La piazza davanti non è un accessorio. È uno spazio che i vicini difesero già nel Seicento, quando si opposero a chi voleva costruirci sopra una casa, ed è oggi uno dei punti di sosta più civili del centro pedonale, a un paio di minuti dalla Plaza del Charco con i suoi laureles de Indias. Ti siedi all’ombra, senti le campane, vedi passare la stessa gente tre volte in mezz’ora. È il modo migliore per capire che questa chiesa non è un monumento in mezzo alla città: è la città.

Dove dormire vicino alla Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia

La base ovvia è Puerto de la Cruz stessa, e conviene distinguere due anime. Il centro storico attorno a Plaza del Charco, alla calle Quintana e a San Telmo è fatto di edifici bassi, pensioni di famiglia, appartamenti ricavati in case canarie e qualche piccolo hotel di charme: dormi a piedi dalla chiesa, ti svegli con il rumore del mercato e paghi meno di quanto temevi.

La fascia verso il Lago Martiánez e Playa Jardín è invece quella degli hotel grandi, molti dei quali costruiti nella stagione d’oro del turismo europeo e da allora ristrutturati con alterne fortune: più servizi, più piscine, meno carattere. Se preferisci una base con vista sul mare aperto e disponibilità a spostarti, i paesi della valle — La Orotava sopra, Los Realejos a ovest — offrono case rurali e appartamenti a prezzi più bassi, con il Teide che ti guarda dalle spalle e una manciata di chilometri di tornanti da fare ogni sera.

Come arrivare alla Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia

Se arrivi in aereo, lo scalo naturale è Tenerife Norte, a pochi chilometri, mentre da Tenerife Sur il trasferimento è decisamente più lungo e conviene metterlo in conto. In auto si esce dalla TF-5, l’autostrada del nord, e si scende dentro Puerto de la Cruz: qui però comincia il problema vero, perché il centro è pedonale e il parcheggio in superficie è una lotteria che perdi quasi sempre.

Meglio puntare direttamente a uno dei parcheggi coperti del centro e fare gli ultimi cinque minuti a piedi. In autobus, la rete di TITSA collega Puerto de la Cruz con Santa Cruz, La Laguna e La Orotava, e dalla stazione degli autobus alla Plaza de la Iglesia si cammina comodamente. Una volta in centro, dimentica le mappe: punta alla Plaza del Charco e poi lasciati guidare dalla torre, che spunta sopra i tetti bassi.

Quando andare alla Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia

Luglio è il mese in cui questa chiesa dà il meglio e il peggio di sé: le Grandes Fiestas riempiono le strade, le immagini escono, il molo si affolla per l’imbarco della Vergine, ma se il tuo obiettivo è guardare con calma un retablo, hai scelto malissimo. Per la visita in senso stretto vanno molto meglio i mesi tranquilli, con la premessa che a Puerto de la Cruz la stagione bassa è un concetto elastico e il clima è mite tutto l’anno.

Nell’arco della giornata, punta al mattino presto o al tardo pomeriggio, quando la luce entra di taglio e l’artesonado smette di essere una macchia scura sopra la testa. Evita di entrare durante le funzioni se non hai intenzione di restare: qui la vita liturgica è quotidiana e fitta, e nel programma domenicale c’è anche una messa in inglese pensata per i residenti stranieri. E ricorda che tra mezzogiorno e il primo pomeriggio molte porte, in questa città, si chiudono senza troppe spiegazioni.

Dove si trova la Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia

La chiesa sta nella Plaza de la Iglesia, nel cuore del centro pedonale di Puerto de la Cruz, sulla costa nord di Tenerife, all’imbocco della Valle de La Orotava. È a pochi passi dalla Plaza del Charco e dal vecchio quartiere dei pescatori che scende verso il molo, con l’Atlantico da un lato e il fianco del Teide che chiude l’orizzonte dall’altro. Santa Cruz de Tenerife e La Laguna sono a est lungo la TF-5; La Orotava è appena sopra, a pochi minuti di salita.

Cosa vedere vicino la Iglesia de Nuestra Señora de la Peña de Francia