Auditorio de Tenerife Adán Martín: l’onda bianca di Santa Cruz

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La prima volta che l’ho visto ho fatto quello che fanno tutti: mi sono fermato a metà marciapiede a cercare il puntello. Non c’è. Ed è più o meno da lì che comincia il discorso su cosa vedere all’Auditorio de Tenerife Adán Martín, l’edificio con cui Santiago Calatrava ha dato a Santa Cruz de Tenerife una silhouette riconoscibile da lontano quanto il Teide. C’è l’ala, quella cresta di calcestruzzo bianco che si stacca dal corpo del guscio e resta sospesa a una cinquantina di metri sopra la testa senza appoggiarsi a nulla. +

C’è il bianco stesso, ottenuto con cemento addizionato di biossido di titanio e rivestito, in alcuni punti, di ceramica spezzata alla maniera del trencadís. Dentro ci sono la Sala Sinfónica con la sua cupola e le poltrone disposte ad anfiteatro, l’organo firmato da Albert Blancafort che spunta ai due lati della platea, la Sala de Cámara che ne è la versione tascabile, il foyer e la terrazza affacciata sull’Atlantico.

E poi c’è tutto il resto: l’Orquesta Sinfónica de Tenerife che qui ha casa, il Festival de Música de Canarias, la stagione lirica, il nome di Adán Martín arrivato solo nel 2011, i paragoni con Sydney che i giornali non si sono risparmiati, e la scoperta — non secondaria — che questo edificio va guardato almeno due volte, di giorno e di notte.

L’ala sospesa dell’Auditorio de Tenerife Adán Martín

Chiamarla tetto sarebbe riduttivo e tecnicamente sbagliato: è una sovracopertura, una lama curva che nasce dal basamento, si inarca sopra il guscio della sala principale e si assottiglia in punta come la coda di un’onda che ha deciso di non rompere mai. Sta lì da oltre vent’anni e continua a sembrare un errore di calcolo in attesa di conferma.

Calatrava, che di formazione è ingegnere prima che architetto, ha passato la carriera a costruire cose che sembrano sul punto di muoversi, e qui ha esagerato con gusto: da certe angolazioni l’ala pare una vela gonfia, da altre un becco, da altre ancora la pinna dorsale di qualcosa di molto grande che sta emergendo dal porto. La cosa migliore che puoi fare è camminarle attorno lentamente e osservare come cambia. In un giro completo dell’edificio l’ala fa almeno quattro figure diverse, e nessuna delle quattro somiglia alla cartolina.

Il bianco e la ceramica spezzata

Da vicino il candore si scompone. Il corpo dell’edificio è calcestruzzo bianco, ottenuto aggiungendo biossido di titanio all’impasto per spingere la tonalità il più possibile verso l’abbagliante, mentre alcune superfici curve sono rivestite di piastrelle ceramiche bianche spezzate e ricomposte a mosaico — il trencadís che in Spagna rimanda inevitabilmente a Gaudí e alla tradizione mediterranea del riuso.

È un dettaglio che i turisti raramente notano perché tutti guardano la sagoma e nessuno guarda la pelle. Fallo: appoggia lo sguardo a un metro di distanza e vedrai le fughe, le schegge, le minime differenze di tono che sotto il sole delle due del pomeriggio diventano un pulviscolo luminoso. L’edificio poggia su una parcella di ventitremila metri quadrati e ne occupa poco più di seimila: il resto è piazza, gradinate, vuoto voluto. Serve a farlo respirare, e serve a te per trovare l’inquadratura.

La Sala Sinfónica sotto la cupola

Il cuore dell’edificio è la sala grande, coronata da una cupola e organizzata ad anfiteatro attorno al palco, con poco più di milleseicento poltrone che salgono su gradoni curvi. L’effetto quando entri, se ci entri da spettatore, è quello di scendere dentro una conchiglia: non ci sono i palchi laterali dei teatri all’italiana, non c’è la separazione gerarchica tra platea e loggione, c’è un unico volume avvolgente in cui l’orchestra sta al centro geometrico dell’attenzione.

Il boccascena misura sedici metri e mezzo di apertura per quattordici di profondità, dimensioni pensate per un’orchestra sinfonica completa e non per il compromesso. La resa acustica è la ragione per cui i musicisti che passano di qui ne parlano bene anche quando hanno voglia di lamentarsi di tutto il resto.

L’organo di Albert Blancafort

Ai due lati della platea, partendo dal palco, spuntano le canne dell’organo progettato da Albert Blancafort, lo stesso costruttore che ha firmato strumenti per la cattedrale di Alcalá de Henares e per l’Auditorio Alfredo Kraus di Gran Canaria. La scelta interessante non è la dimensione ma la disposizione: invece di concentrare tutto in una parete unica alle spalle dell’orchestra, come vuole la tradizione, le sorgenti sonore sono distribuite attorno al pubblico. Il risultato è un suono che ti arriva addosso da più direzioni contemporaneamente e che, la prima volta, disorienta parecchio. Se capiti a Santa Cruz in una serata in cui l’organo è in programma, cambia i piani e vai.

La Sala de Cámara

La seconda sala ripete lo schema della prima in scala ridotta: stessa impostazione ad anfiteatro, poco più di quattrocento posti, atmosfera che passa dal solenne al confidenziale. È qui che finiscono i quartetti, i recital, la musica antica, le produzioni piccole e le cose sperimentali che in una sala da milleseicento posti si perderebbero. Vale la pena controllare il cartellone anche di questa: spesso i concerti più interessanti della settimana sono quelli di cui non si accorge nessuno.

Il foyer e la terrazza sull’Atlantico

Al foyer si accede dai due fianchi dell’edificio, e dentro trovi la biglietteria, il negozio, la caffetteria e la sala stampa, distribuiti in uno spazio che di per sé varrebbe una sosta per via del modo in cui la luce entra dalle vetrate curve. La parte che consiglio davvero, però, è la terrazza: qualche centinaio di metri quadrati affacciati direttamente sull’oceano e sulle piscine del Parque Marítimo César Manrique lì accanto, con la sensazione contraddittoria di stare al riparo e all’aperto nello stesso momento. È il punto dove il progetto smette di essere una scultura e diventa un edificio in cui si sta bene, cosa che a Calatrava non riesce sempre.

L’orchestra, l’opera e i festival

Questo non è un monumento da fotografare e basta: è una macchina che lavora tutto l’anno. L’Auditorio è la sede stabile dell’Orquesta Sinfónica de Tenerife, ospita la stagione lirica di Ópera de Tenerife, i cicli di danza, la rassegna di jazz e — nel pieno dell’inverno, quando in mezza Europa si scia — la parte tinerfeña del Festival de Música de Canarias, che si divide con l’Auditorio Alfredo Kraus di Las Palmas. Andare a un concerto è l’unico modo per vedere le sale nelle condizioni in cui sono state pensate, con le luci giuste e il pubblico dentro. In alternativa ci sono le visite guidate, che l’Auditorio organizza in determinate fasce orarie: controlla il calendario prima di presentarti, perché le prove degli spettacoli hanno la precedenza su tutto.

Il giro esterno, dal mare e dal lungomare

Girare attorno all’edificio è metà dell’esperienza, e non costa nulla. Il lato che dà sull’Avenida de la Constitución è quello monumentale, con le gradinate e la piazza; il lato che dà sull’acqua è quello più bello e meno fotografato, perché il basamento scende verso la banchina e l’ala si staglia contro l’orizzonte senza nulla che la disturbi. Se arrivi o parti in traghetto da Santa Cruz — le rotte per Gran Canaria, La Palma, La Gomera e El Hierro partono da qui — mettiti in coperta al momento della manovra: dal mare l’Auditorio si vede esattamente come chi l’ha disegnato immaginava che si vedesse, cioè come una prua bianca puntata contro l’Atlantico.

L’edificio di notte

Al calare del sole l’illuminazione ribalta i valori: il guscio diventa una massa luminosa nel buio, l’ala si stacca completamente dal fondo e il riflesso si allunga sull’acqua della darsena. La finestra migliore è quella breve mezz’ora blu subito dopo il tramonto, quando il cielo ha ancora colore e le luci sono già accese — è il momento in cui le fotografie riescono a chiunque, compreso me. Ci si arriva comodamente combinando una passeggiata sul lungomare con l’orario di un concerto, e la sequenza tramonto-facciata-primo movimento è, obiettivamente, una gran serata.

Chi era Adán Martín

Per i primi anni si è chiamato semplicemente Auditorio de Tenerife. Il nome completo è arrivato nel gennaio del 2011, quando il Cabildo lo ha intitolato ad Adán Martín Menis, presidente del Cabildo di Tenerife prima e del Governo delle Canarie poi, scomparso l’anno precedente: fu tra i principali promotori dell’opera, quello che tenne il progetto in piedi quando i costi e le polemiche minacciavano di seppellirlo. Perché polemiche ce ne furono parecchie, come sempre accade quando un’isola di dimensioni contenute decide di costruirsi un edificio da capitale europea. I lavori cominciarono nel 1997 e finirono nel 2003; a inaugurarlo, nel settembre di quell’anno, arrivò l’allora principe delle Asturie, Felipe de Borbón.

La Sydney dell’Atlantico

Il paragone è nato il giorno stesso dell’inaugurazione e non se n’è più andato: guscio bianco, promontorio sul mare, profilo che sembra una vela, e via con la formula della Sydney dell’Atlantico. È un accostamento pigro — l’Opera House di Utzon è un altro edificio, di un’altra epoca e con un’altra logica strutturale — ma dice una cosa vera sull’effetto che l’Auditorio ha avuto su Santa Cruz: da un giorno all’altro una città portuale con poca vocazione turistica si è ritrovata un’immagine da esportare. Nel 2008 il profilo dell’edificio è finito su un francobollo dedicato all’architettura spagnola, e negli anni successivi su un discreto numero di set cinematografici e televisivi, perché le troupe internazionali hanno scoperto che a Tenerife si gira tutto l’anno e che questo pezzo di lungomare somiglia al futuro senza bisogno di effetti speciali.

Cosa c’è intorno all’Auditorio Adán Martín di Santa Cruz

L’Auditorio non sta da solo. A un passo ci sono le piscine di acqua di mare del Parque Marítimo César Manrique, la collina verde del Palmetum e — incastrato tra i due, basso, nero e seicentesco — il Castillo de San Juan Bautista, che offre il contrasto architettonico più brutale e più istruttivo dell’isola: pietra basaltica difensiva contro calcestruzzo bianco espansivo, quattrocento anni di distanza e venti metri di marciapiede. Poco più in là si allineano il recinto fieristico, le torri gemelle e i palazzi della Santa Cruz nuova, cresciuta su quello che fino a pochi decenni fa era suolo portuale e industriale.

Dove dormire vicino all’Auditorio de Tenerife

La domanda vera, qui, è un’altra: dove dormire per tornare a piedi dopo un concerto. La risposta più diretta è la zona di Cabo Llanos e dell’Avenida de la Constitución, dove negli ultimi vent’anni sono nati alberghi urbani di taglio contemporaneo, spesso frequentati da chi viene per lavoro e per congressi: dall’ingresso dell’Auditorio sono minuti, non chilometri. Il centro storico attorno a Plaza de España e calle Castillo è la seconda opzione, a una passeggiata di venti minuti lungo il porto, e ha il vantaggio di consegnarti a bar e ristoranti aperti a ora tarda.

Chi preferisce quartieri residenziali con qualche albero punta al Barrio de los Hoteles, la zona ordinata attorno alla Rambla, dove trovi appartamenti e strutture piccole. La Laguna resta l’alternativa per chi sceglie l’atmosfera universitaria e accetta di rientrare in auto o in taxi a notte fonda, mentre San Andrés e Las Teresitas sono la scelta di chi mette il mare davanti alla musica: bellissimi, ma dopo un concerto sono un quarto d’ora di strada al buio lungo la costa.

Come arrivare all’Auditorio de Tenerife

L’indirizzo è Avenida de la Constitución, sul fronte marittimo meridionale di Santa Cruz, e a piedi dal centro è una camminata piana di una ventina di minuti che segue il porto con l’edificio sempre in vista — impossibile perdersi, visto che il punto di riferimento sei tu che lo stai guardando. Il tram che collega Santa Cruz a La Laguna ti lascia all’Intercambiador, da cui scendi verso il mare in pochi minuti; le guagua della TITSA convergono nello stesso nodo e collegano la capitale con il resto dell’isola, comprese le linee dal sud turistico e dal Puerto de la Cruz. Chi arriva in auto trova parcheggio nell’area del complesso e in quella del vicino Parque Marítimo, soluzione più sensata che cercare posto in strada nelle sere di spettacolo. Dall’aeroporto Tenerife Norte sei a un quarto d’ora abbondante, dal Tenerife Sur a circa un’ora di autopista. Per il rientro tardi, i taxi stazionano davanti all’ingresso nelle serate di concerto.

Quando andare all’Auditorio de Tenerife

Dipende da cosa vuoi. Se ti interessa l’architettura, la luce migliore è quella di fine pomeriggio, quando il sole radente entra nelle curve e il bianco smette di essere piatto: a mezzogiorno l’edificio è così luminoso che le foto vengono slavate e gli occhi si arrendono. Se ti interessa la musica, la stagione principale copre grosso modo l’autunno, l’inverno e la primavera, con il Festival de Música de Canarias concentrato nel cuore dell’inverno, quando il clima di Santa Cruz è quello che in mezza Europa si chiamerebbe primavera inoltrata. In estate la programmazione si dirada e l’edificio vive soprattutto di visite e di eventi. Un avvertimento pratico: sulla piazza esposta il vento tira quasi sempre, quindi se conti di stare fuori a fotografare dopo il tramonto porta qualcosa da mettere sopra la camicia, anche a luglio.

Dove si trova l’Auditorio de Tenerife

Sei sulla costa meridionale di Santa Cruz de Tenerife, capitale dell’isola e cocapoluogo delle Canarie, nel settore di Cabo Llanos, subito a sud della zona portuale e dei moli da cui partono i traghetti interinsulari. L’edificio occupa la fascia tra l’Avenida de la Constitución e l’Atlantico, con il Parque Marítimo César Manrique da un lato, il Castillo de San Juan Bautista alle spalle e il Palmetum poco oltre. Il centro storico comincia a nord, a un quarto d’ora scarso a piedi; alle spalle della città si alza il massiccio di Anaga con i suoi crinali di laurisilva, e nelle giornate limpide, guardando verso l’interno dell’isola, spunta il cono del Teide.

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