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Playa Martiánez è una spiaggia che si estende nella parte orientale del fronte mare di Puerto de la Cruz, nel nord di Tenerife, esattamente allo sbocco del barranco che le dà il nome — per questo i vecchi del posto la chiamano ancora La Barranquera. Rispetto alle altre spiagge di Tenerife ha una caratteristica che la rende immediatamente riconoscibile anche a chi non ci ha mai messo piede: è quasi sempre piena di onde. Qui l’Atlantico non è filtrato da frangiflutti a un chilometro dalla costa né addolcito da sabbia importata dall’Africa, e il risultato è una spiaggia nera, ruvida, con la schiuma che risale il pendio e un cordone continuo di tavole in acqua dalle sette del mattino.
È anche, e non è un dettaglio da poco, il punto preciso in cui questa città ha cominciato a essere una destinazione: negli anni Sessanta il boom turistico del nord dell’isola è partito da questo tratto di costa, e la fila di alberghi che ancora oggi la guarda dall’alto è il fossile di quella stagione. Se cerchi mare piatto e ombrellone, hai sbagliato indirizzo di parecchi chilometri. Se ti interessa vedere come si comporta l’oceano quando nessuno lo trattiene, questo è il posto.
Le misure sono modeste e vanno prese per quello che valgono: circa 350 metri di sviluppo per una quarantina di larghezza, con una superficie utile che cambia parecchio a seconda di come il mare ha lavorato nelle settimane precedenti. Il fondo è di sabbia nera vulcanica a grana media mescolata a picón, ma il vero tema di questa spiaggia sono i bolos e i callaos, i ciottoloni tondi che l’oceano deposita e ridistribuisce di continuo e che in certi periodi coprono buona parte della battigia rendendo l’ingresso in acqua un esercizio di equilibrio.
Non è un caso: dalla riprofilatura degli anni Novanta, quando fu demolito il vecchio molo, costruito l’attuale sperone e portata sabbia nuova, l’arenile ha continuato a perderne senza sosta, e il grande progetto di rigenerazione approvato dalla Dirección General de Costas — un nuovo sperone di difesa, oltre centotrentamila metri cubi di sabbia nera di frantumazione e una rampa d’accesso per persone con mobilità ridotta — resta da anni sulla lista delle opere annunciate e mai eseguite, mentre il Comune interviene periodicamente con mezzi pesanti per ridistribuire i ciottoli e restituire una riva praticabile.
Ti conviene saperlo prima di arrivare, perché la fotografia che hai visto e la spiaggia che troverai possono non coincidere. In compenso, sul lato che confina con il complesso del Lago, una scogliera artificiale smorza il moto ondoso e crea l’unico angolo dove si nuota con relativa tranquillità; nel resto dell’arenile le onde rompono con forza e le correnti di ritorno sono reali. Ci sono bagnini, docce, servizi e il sistema delle bandiere, l’accesso è pubblico e gratuito su tutta la lunghezza, e l’unico consiglio che conta davvero è di guardare il colore esposto e di non discutere con la decisione.
Il surf è la ragione principale per cui la gente scende qui. La spiaggia ospita scuole e noleggi che lavorano tutto l’anno, e l’onda, meno tecnica di quella dei reef vicini, è considerata una delle migliori del nord per imparare: lezione al mattino presto, birra a metà mattina, tavola sotto il braccio lungo l’Avenida de Colón. Chi non entra in acqua ha comunque materiale da guardare, perché il pezzo forte è a due passi: il Lago Martiánez, il complesso di piscine di acqua salata, isolotti, ciottoli neri e vegetazione disegnato negli anni Settanta da César Manrique, che ha risolto per sempre la contraddizione di una città di mare in cui il mare, spesso, non si può usare.
Alle spalle della spiaggia corre il lungomare con negozi, ritrattisti, gelaterie e terrazze, e in una decina di minuti a piedi si arriva alla cala di San Telmo e al vecchio molo peschereccio, con Plaza del Charco poco oltre. Il passato di questo tratto di costa merita una nota, perché è più movimentato di quanto sembri: nel 1768 in mezzo alla spiaggia sorgeva la batteria di San Carlos, spazzata via dalla grande alluvione del 1826; nel 1769 fu progettato qui un grande porto che non si fece mai; fra il 1912 e il 1936 davanti all’arenile funzionò il Thermal Palace, curioso centro di svago promosso dai Wildpret. Il nome stesso, Martiánez, è la deformazione popolare di Martín Yanes, il proprietario originario di questi terreni costieri. Per mangiare ci si affida alle terrazze del lungomare o si sale nelle vie interne, dove la cucina canaria costa meno e mantiene meglio le promesse; per la sera, il registro è quello di una città che va a dormire presto, con qualche eccezione intorno alla zona vecchia.
I dintorni, in un raggio percorribile a piedi o con pochi minuti d’auto, offrono tutte le alternative che a Martiánez mancano. Verso ovest, dopo San Telmo e il porticciolo, si arriva a Playa Jardín, seicento metri di sabbia nera con i giardini di Manrique alle spalle, il Castillo San Felipe e il Loro Parque a fianco: è la scelta di chi vuole spazio e un bagno meno impegnativo.
Verso est, la costa entra nella zona agricola di El Rincón e allinea in pochi chilometri Playa del Ancón, El Bollullo e Playa de los Patos, calette nere ai piedi delle falesie fra le piantagioni di banane, raggiungibili anche con un sentiero costiero. Salendo sopra la spiaggia c’è il quartiere alto e residenziale che si affaccia sul barranco, e poco distante il Jardín Botánico, con la sua collezione di specie tropicali piantate a fine Settecento e un drago centenario. Una manciata di tornanti più su, La Orotava mette in fila portali di pietra, balconi di legno e la vista sulla valle; verso Los Realejos, invece, ci sono Playa del Socorro, arenile nero più ampio e amato dai surfisti locali, e il sentiero della Rambla de Castro fra palme e vecchi acquedotti. Nelle giornate limpide, da qualsiasi punto di questa costa, il Teide chiude l’orizzonte alle spalle della città.
Il momento giusto per venire dipende da cosa vuoi farci. Chi cerca il bagno punti sulla finestra fra giugno e ottobre, quando l’acqua sale fra i 21 e i 23 gradi e il mare di fondo concede settimane più tranquille; chi cerca le onde faccia esattamente il contrario, perché è fra novembre e marzo che le mareggiate atlantiche arrivano lunghe e ordinate e il line-up si popola davvero. Luglio e agosto portano i canari in vacanza e il massimo affollamento, mentre maggio e ottobre sono i mesi in cui la spiaggia dà il meglio in entrambe le direzioni.
Nell’arco della giornata, il mattino presto è il momento più bello e anche il più utile: vento debole, acqua più leggibile, luce che entra da est sul nero della sabbia. Nel primo pomeriggio la brezza si alza e l’onda diventa disordinata; verso sera il lungomare si riempie di gente che passeggia e la spiaggia resta a chi guarda il mare. Ultima variabile, quella che qui pesa più della stagione: lo stato dell’arenile. Dopo una serie di mareggiate i ciottoli possono coprire la sabbia e rendere la sosta scomoda per settimane, e un’occhiata alle webcam del lungomare prima di scendere ti risparmia una delusione.
Dove dormire a Playa Martiánez
Questa spiaggia si trova dentro Puerto de la Cruz, e la zona che le sta immediatamente alle spalle è la più densa di posti letto dell’intera città: l’Avenida de Colón e le vie parallele allineano gli alberghi nati con il boom degli anni Sessanta e Settanta, molti dei quali ristrutturati, con piscina, vista sull’oceano e la comodità di avere il Lago Martiánez e il lungomare sotto casa. È la sistemazione più pratica per chi viene a fare surf o vuole muoversi solo a piedi, con l’avvertenza che si tratta della parte più costruita e turistica della città.
Salendo sul costone che domina il barranco si trova il quartiere alto di La Paz, residenziale e più tranquillo, con hotel circondati dal verde e una vista che ripaga i cinque minuti di discesa verso il mare; più in alto ancora, la collina del Taoro offre strutture di dimensioni maggiori immerse nel parco. Chi preferisce l’atmosfera del centro storico, con le case a due piani e i balconi di legno, dorme nel reticolo di vie intorno a Plaza del Charco e raggiunge Martiánez in dieci minuti a piedi lungo il lungomare. In tutti i casi conviene chiedere in anticipo come è regolato il parcheggio, perché nel cuore della città le zone a traffico limitato e i posti a pagamento sono la norma.
Come arrivare a Playa Martiánez
Si arriva percorrendo la TF-5, l’autostrada che collega il capoluogo e La Laguna con tutta la costa settentrionale: da Santa Cruz de Tenerife sono una quarantina di chilometri e circa mezz’ora, dall’aeroporto di Tenerife Nord bastano venti minuti, mentre da Tenerife Sud bisogna calcolare almeno un’ora e mezza di viaggio attraversando l’isola.
Usciti a Puerto de la Cruz si segue la segnaletica per il centro e per il Lago Martiánez, nei cui pressi si trovano il parcheggio più capiente della zona e diversi stalli a pagamento lungo le vie perpendicolari al lungomare; nei fine settimana estivi conviene arrivare presto o rassegnarsi a qualche giro in più. Senza auto è ancora più semplice: la stazione delle guagua di Puerto de la Cruz è servita da collegamenti frequenti con Santa Cruz, La Laguna, La Orotava, Los Realejos e Icod de los Vinos, e dalla stazione alla spiaggia si cammina per una decina di minuti in leggera discesa; le linee urbane percorrono inoltre tutto il fronte mare. L’accesso all’arenile avviene tramite scale e rampe dal lungomare, e la praticabilità per passeggini e carrozzine dipende molto da quanti ciottoli l’oceano ha depositato di recente.
Dove si trova Playa Martiánez
Playa Martiánez si trova nel nord di Tenerife, nelle Isole Canarie, all’interno del comune di Puerto de la Cruz, nella Valle de La Orotava. Occupa lo sbocco a mare del barranco de Martiánez, all’estremità orientale del lungomare cittadino, subito accanto al complesso del Lago Martiánez e a poche centinaia di metri dalla cala di San Telmo. Dista circa 25 chilometri dall’aeroporto di Tenerife Nord, una quarantina da Santa Cruz de Tenerife e pochi chilometri dal centro storico della Orotava, mentre alle sue spalle la valle risale verso le pendici del Teide.
